Greggevacantismo?

Riprendo con le presenti righe uno dei miei ultimi articoli, relativo alla pagliacciata delle scimmiette sulla facciata di San Pietro dello scorso otto Dicembre. Ho notato una discreta eco a riguardo di quello sfogo, la quale da un lato ha sovrastimato il senso molto circostanziato dei miei appunti, dall’altro offre l’occasione di parlare del tema che mi sta crescentemente a cuore: il plebevacantismo o greggevacantismo. Andiamo per step. Dapprima risponderò ai miei zuavi detrattori, tra i quali non mancano coloro che a mio giudizio difendono il Papa per difendere se stessi (dal dolore di riconoscere la crisi ecclesiale patente) o i loro interessi (curiali, politici, culturali e via dicendo). Poi esumerò i residui di un articolo mai scritto, relativo al mio disappunto post-sinodale. Infine, a partire dal ‘mai scritto’, esporrò il mio concetto di plebevacantismo.

Agli zuavi e agli altri: facciamo un brindisi, prima alla coscienza e poi al Papa. Il tema caro a Newmann, poi ripreso da un insospettabile pastore tedesco, quale fu Benedetto XVI, avrei piacere potessimo metterlo sul tavolo nuovamente, per vedere se nell’era bergogliana, quella della Chiesa in uscita e finalmente libera, ci sia ancora un posto per la coscienza umana, oltre che per la coscienza gay (questa sembrerebbe assicurata, buon per loro). Nel precedente attaccavo San Pietro in quanto struttura edilizia, importante per la carica simbolica da secoli rivestita, ormai offesa ed infangata ad interim dalla zoofilia. Il tucano su San Pietro è un’idiozia, questo asserisco in coscienza e nemmeno il Papa potrà smuovermi. Non voglio avere a che fare con San Pietro per il prossimo anno – periodo convenzionale -, non voglio associarmi alle meduse o al bonobo – idolo sessuale anche per il discorso di inizio 2016 di Balasso – che lecca il Cristo Buon Samaritano. È questo sedevacantismo? Do allora il benvenuto ai nuovi adulatori di statue. No, non è sedevacantismo, io non entro in merito sullo status di Bergoglio, personalità opinabile e fuggente, di cui  rispetto e accolgo i pronunciamenti ufficiali, facendo epoché sul resto, io mi limito a ripudiare fino alla prossima Immacolata i sassi dell’edificio di San Pietro. Infine, e qui chiudo il primo punto, voci di corridoio dicono non essere stato entusiasta del circo neppure lo stesso Pontefice: sarà lui pure un bieco nemico di Roma? Rispondano gli zuavi.

Qui un anticipo del terzo passaggio: il problema cattolico c’è ed è grande. Non so quanto ciò dipenda dal Santo Padre e dalle sue scelte, non so quanto queste ultime siano intenzionali e programmatiche, ma so che al di fuori di Santa Marta e di San Pietro la crisi di fede e identità cattolica si taglia ormai con l’accetta ad ogni livello di vita e struttura ecclesiale.

Ora sostiamo sul secondo punto, che esemplifica e raccorda i restanti due. Un merito e un aneddoto: rendo merito al lavoro di Agnoli che nei giorni immediatamente successivi al Sinodo sulla Famiglia ha preso nota delle dichiarazioni dubbie o tendenziose emerse dall’interno della stampa cattolica. Galeazzi, Falasca, Tornielli, il Sussidiario, Valente, Spadaro sono alcuni dei giornalisti giudicati per il loro operato ideologico o parziale, lascio qui di seguito alcuni rimandi: qui qui qui qui qui qui e qui.

Su tutti valga l’aneddoto di TV2000, con un servizio di Cristiana Caricato in cui l’inviata della televisione della CEI incalza il card. Bagnasco, cercando di strappargli una dichiarazione sulla liceità di amministrare la Divina Eucaristia ai divorziati risposati, dimenticando il ruolo meramente consultivo del Sinodo, nonché forzando la lettura del fatidico numero 85. L’imbarazzo del cardinale mi pare sufficiente a dire del nulla di cattolicità in cui ci troviamo dispersi. L’ideale della buona vecchia massoneria è coronato: ormai è dall’interno, dalle stesse emittenti cattoliche, che avviene la demolizione delle verità e dei valori basilari della nostra fede. Non accade per cattiveria – sarebbe troppo facile da controbattere -, ma nella buona fede dello spirito profetico del laicato post-conciliare (lo criticò pressoché solo Benedetto XVI e la cosa non pare avergli giovato). Torniamo a noi: credete che lo spettatore medio abbia raccolto la risposta puntuale e pacata di Bagnasco, o non avrà piuttosto assorbito la concitazione rivoluzionaria dei commenti in studio? Mi fermo. Avrei voluto seguire ulteriormente le notizie, ma confesso di esser stato preso dalla Sindrome di Don Chisciotte. A che pro spendersi nella denuncia, quando dovremmo ormai denunciare la quasi totalità delle frontiere della comunicazione cattolica, delle curie e curazie, dei forum laicali?

Chiarisco – ed eccoci all’ultimo step – lanciando l’accusa di plebevacantismo, termine volutamente impreciso, che desidera solo muovere la riflessione e magari la preghiera di qualche lettore di buona volontà. Francesco sta facendo bene o male? Prudenza insegna che in lui come in ogni uomo ci sarà del sano e del marcio e lasciamo ai tempi futuri la sentenza. Chi sicuramente sta facendo male è quella fetta troppo ampia di popolo che, sedotta da ermeneutiche mass-mediatiche, tratta entusiasticamente qualsiasi banalità del Pontefice, caricando di peso magisteriale fin le ultime espressioni della sua umanità più fallibile, nonché – va detto – qualsiasi fake buonista e deista abusivamente attribuito al Pontefice stesso. Il fatto schietto, a prescindere da qualsivoglia analisi ulteriore, è che manca a questo Papa il sostegno di un laicato, di un presbiterio e di un episcopato maturo, preparato, virile, genuinamente cattolico, propriamente responsabile ed adulto. Se poi si pensa al passaggio dall’austerity benedettiana ai clamori franceschiani, alla facilità e disinvoltura con cui pastori e pecore han glissato dall’uno all’altro registro, la domanda inevitabile è se il popolo fosse ipocrita prima, se sia ruffiano ora o peggio se il cattolico sia un burattino senza sapienza, che corre come un automa dietro ad ogni anche minimo desiderata del Papa in carica. Io non so rispondere, però è sicuro che, con un popolo religiosamente più maturo, anche le stramberie effettive o presunte di Bergoglio risulterebbero limate. Certo, pur con tutti questi distinguo, è difficile sottrarsi infine all’estrema quaestio: chi mai dovrebbe riformare il gregge disperso, se non il suo pastore? Mi epochizzo.

Confessione: torni la formula antica

Apparso su Campari & de Maistre

La situazione è grave, non c’è che dire. Vi è un limite oggettivo e storico – quello che suggerì già a Pio XII e definitivamente a Giovanni XXIII la necessità di una grande Assise della Catholica in cui svolgere critica ed autocritica dello status quo -, si riscontra cioè da anni una crisi di incidenza della Chiesa nel mondo moderno e contemporaneo. Specificamente poi è innegabile una crisi del sacramento della Confessione e del senso di peccato e conseguente bisogno di salvezza. Da parte sua il dialogo interreligioso, nella misura in cui si attardi ad affermare che tutti sarebbero figli di Dio dalla nascita e che per ciò stesso la loro salvezza sarebbe fuori discussione (salvo scelte morali particolarmente eclatanti), non aiuta certo a sanare la dimensione oggettiva della crisi. A ciò si aggiungano i frutti del presente pontificato, ormai più facili da vagliare, sebbene sia prudente attendere altre annate per una giudizio che si voglia fermo e certo: sembrano definitivamente tramontati i mesi dell’entusiasmo iniziale, quelli in cui un fedelissimo come Massimo Introvigne si peritava di informarci a riguardo dell’incremento di confessioni suscitato dallo stile pastorale di Sua Santità Francesco. “Che l'”effetto Francesco” abbia indotto molte persone a tornare in chiesa e a confessarsi, specie nel periodo di Pasqua, non è più solo un’impressione ma un dato di fatto. Anche in Italia. Lo ha confermato una ricerca del CESNUR, l’istituto di ricerca sulle religioni diretto dal sociologo torinese Massimo Introvigne, presentata il 15 aprile a Torino”.

Si trattasse di effetto Francesco o di effetto Benedetto XVI (leggasi a riguardo il finale dell’articolo appena citato), allo scoccare del 2016, ad Anno giubilare pienamente e saldamente avviato, altre sembrano le risposte del popolo cristiano.

I fatti sono questi. Dall’apertura dell’Anno Santo voluto da papa Francesco e in occasione delle festività natalizie del 2015 – così come da quando Jorge Mario Bergoglio siede sulla cattedra di Pietro – il numero dei fedeli che si è accostato al confessionale non è aumentato, né nei tempi ordinari, né in quelli festivi. Il trend di una progressiva, rapida diminuzione della frequenza della riconciliazione sacramentale che ha caratterizzato gli ultimi decenni non si è arrestato. Anzi: mai come in prossimità di questo Natale i confessionali della mia chiesa sono stati ampiamente disertati”. Viene scritto in una lettera pubblicata da Magister.

Ciò che turba è che i fedeli si appoggino al Magistero, o almeno alle dichiarazioni quotidiane del Pontefice, per giustificare l’uso magico della fede e l’arresto di un serio cammino interiore di conversione (che è quanto di meno antropocentrico si potesse immaginare). Sono persuaso che non siano questi gli esiti auspicati dal Papa, ma di essi il Santo Padre porta ahilui la prima responsabilità.

“Due esempi valgano per tutti. Un signore di mezza età, al quale ho chiesto, con discrezione e delicatezza, se era pentito di una ripetuta serie di peccati gravi contro il settimo comandamento “non rubare”, dei quali si era accusato con una certa leggerezza e quasi scherzando sulle circostanze non certo attenuanti che li avevano accompagnati, mi ha risposto riprendendo una frase di papa Francesco: “La misericordia non conosce limiti” e mostrandosi sorpreso che ricordassi a lui la necessità del pentimento e del proposito di evitare in futuro di ricadere nello stesso peccato: “Quel che ho fatto ho fatto. Quel che farò lo deciderò quando uscirò da qui. Come la penso su ciò che ho compiuto è questione tra me e Dio. Sono qui solo per avere quello che spetta a tutti almeno a Natale: poter fare la comunione a mezzanotte!” E ha concluso parafrasando l’ormai celeberrima espressione di papa Francesco: “Chi è lei per giudicarmi?”.

Una giovane signora, alla quale avevo proposto come gesto penitenziale, legato all’assoluzione sacramentale di un grave peccato contro il quinto comandamento “non uccidere”, la preghiera in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento esposto sull’altare della chiesa e un atto di carità materiale verso un povero nella misura delle sue possibilità, mi ha risposto seccata che il papa aveva detto pochi giorni prima che “nessuno deve chiederci nulla in cambio della misericordia di Dio, perché è gratis”, e che non aveva né tempo per fermarsi in chiesa a pregare (doveva “correre a fare gli acquisti natalizi in centro città”), né soldi da dare ai poveri (“che tanto non ne hanno bisogno perché ne hanno più di noi”)”. (Ibidem)

Ecco il mio consiglio, tra il serio e il faceto. Nell’attesa che Roma parli per risolvere almeno il chaos ingeneratosi tra i fedeli, i sacerdoti più zelanti sono invitati a tornare all’antica formula assolutoria, pienamente valida e altamente istruttiva. Leggiamola come si presenta nel Rituale Romanum:

“Quando il Sacerdote vuole assolvere un penitente, dopo avergli imposto una salutare penitenza e dopo che il penitente l’ha accettata, dice dapprima: Misereatur tui omnipotens Deus, et dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam æternam. Amen.
Quindi con la mano destra elevata verso il penitente, dice: Indulgentiam, absolutionem, et remissionem peccatorum tuorum tribuat tibi omnipotens et misericors Dominus. Amen.
Dominus noster Jesus Christus te absolvat: et ego auctoritate ipsìus te absolvo ab omni vinculo excommunicationis, (suspensionis), et interdicti, in quantum possum, et tu ìndiges. Deinde ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Patris, et Filii, + et Spiritus Sancti. Amen.
Se il penitente è un laico, omette la parola suspensionis. Il Vescovo nell’assolvere i fedeli fa tre segni di croce.
Passio Domini nostri Jesu Christi, merita beatæ Mariæ Virginis, et omnium Sanctorum, quidquid boni feceris, et mali sustinueris, sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiæ, et præmium vitæ æternæ. Amen”.

E così ci ricordiamo al contempo: che se il fedele rifiuta la giusta penitenza è lecito negargli l’assoluzione (non per ripicca, ma per trasparenza: nessuna assoluzione in assenza di contrizione); che il sacerdote pur sempre assolve nei limiti del proprio potere (in quantum possum), che sono fissati anzitutto dalla Legge Divina, con buona pace delle Conferenze Episcopali e dei Sinodi e tanto più delle riletture arbitrarie che il laicato realizza a partire da interviste del Pontefice; che peraltro, laddove ci sia reale pentimento, la Misericordia divina agisce con frutto, superando addirittura i limiti umani di confessore e penitente, la loro ignoranza, la loro pusillanimità (in quantum… tu indiges).

Sesso e rivoluzione: 1968-2018

Apparso su Campari & de Maistre

Secondo quelli di Einaudi, “La Banda Bellini”, cronistoria autobiografica di Marco Philopat, sarebbe un “romanzo di dura e metallica epica quotidiana… Racconto orale onesto e spietato che diventa grande letteratura, storia nella storia che si fa narrazione collettiva, squarcio su una memoria irrisolta e inquieta” . Non saprei dire, anche perché non ho intenzione di leggere le nostalgie dei disillusi sessantottini, avendo già mio padre da consolare – e vi assicuro che basta. Ma un amico mi gira la citazione che segue, tratta dal “racconto reale e onesto” e la uso per farmi qualche pronostico e proposito di inizio anno.

“Mi sono accorto che è arrivato il Sessantotto perché le donne hanno incominciato – da un giorno all’altro – a darla via senza problemi – a socializzare il corpo con noi altri maschi – così come se fosse la cosa più naturale del mondo – ci hanno preso di sorpresa – non siamo preparati… Te ne resti lì inebetito davanti a tale disinibizione – ti spiazza – dopo anni aspettati ad aspettare una passera – da un giorno all’altro ne avevi da raccontare di maialate – e anche tutti gli altri ne raccontano – una dopo l’altra – un fermento – un intrigo di situazioni a cruciverba – un groviglio di gambe e parole… Ragazzi – questo è il Sessantotto – altroché spartiacque dell’immaginario – qui di immaginario c’è ben poco – si bada al sodo ve lo dico io – Sonia Barabara Renata Annarita – vi assicuro – mica sogni ma giorni della settimana! Scatenate è la parola giusta – e noi lì a far confusione sui nomi sui particolari – dire addirittura basta non se ne può più” (p. 35).

Il pronostico riguarda il ruolo che la nuova ventata di sessuazione giovanile svolgerà tra wi-fi liberi, famiglie al plurale, tolleranza unidirezionale, arcobaleni totalitari, scuole tecnicizzate e burocratizzate, dispensatrici di dubbie competenze e di scarse conoscenze. Non sono una mente fine, per cui l’unica cosa che mi riesce da pensare è che, se il Sessantotto ci ha lasciati disillusi, incompleti ed inquieti, temo che il nuovo corso peggiorerà le cose. Sognatori deboli ed emotivi eppur cinici senza speranza; accumulatori seriali di esperienze inutili eppur anime vuote incapaci di ricevere ciò che conta; inerti burattini eppur violenti esagitati: spezzati tra un guscio post-moderno di espressioni superficiali e un deserto pre-istorico di risonanze interiori. Avrà pur ragione Jeremy Neill su The Public Discourse a ritenere che la vittoria dei conservatori sia inevitabile, che torneremo a una sessualità normata, ma temo che per arrivarci dovranno esser stati prima divelti come fichi sterili i miseri protagonisti dell’era presente. Chi può attraversi la sua Porta Santa

Silence impossible

Primo step. I grandi registi si vedono dai piccoli dettagli, e il piccolo dettaglio nei film basati sul concetto di sacrificio è la croce. In “The Passion” la croce è un tronco scheggiato cui il Cristo si aggrappa in un abbraccio scandaloso d’amore; in “Cristiada” la croce è un monile che il colonnello ateo lascia sul fondo di un bicchiere di whisky (o simili) per ricordare al dittatore ateo che almeno la libertà, almeno quella, va garantita sempre e a tutti (come il buon whisky, suppongo); in “Apocalypto” la croce è quella del frate, nella scena finale, quando la scialuppa si stacca dalle caravelle e approda alla costa e, certamente, il frate che la regge è un idiota senza coscienza, ma si intuisce che quell’idiota, portando la croce, toglierà il giogo dei sacrifici umani; in “Hateful Eight” la croce è una scultura di pietra che domina tre minuti di ripresa sotto un pesante strato di neve; in “Silence” è un artefatto in legno nascosto in una bara in fiamme.

Ora, “The Passion” è un film epocale, dove finalmente la croce è stata rappresentata e non solo romanzata; “Cristiada” è un film godibile, impreziosito più dal soggetto politicamente scorretto che da una suprema regia, ma di sapore forte e barricato, come un buon whisky (o simili); “Apocalypto” è onesto, ha capito che non si poteva dire in un film il prodigio della conversione latino-americana, anche perché dovuta a Guadalupe e non tanto ai missionari, e dunque ha detto poco, appena accennato. Restano Tarantino e Scorsese. Il primo sufficientemente nichilista e risoluto da potersi permettere di immortalare le cose come stanno: l’umanità senza Dio, un carnaio di corpi dilaniati e impallinati, destinati a decomporsi non appena la conserva invernale verrà meno; la religione, un concentrato di simboli sempre eloquenti e sempre muti, pietrificati, posti ai crocevia della vita, capace però di sopravvivere a stagioni e a carovane, a mode e a discorsi umani troppo umani.

Il secondo, ahinoi, cattolico, di quel cattolicesimo slavato di modernismo in nome della coscienza, per cui incapace sia di grandi gesta religiose sia di grandi gesta irreligiose: la fede è la codardia di un apostata troppo piagnucoloso per risolversi contro Cristo e troppo intellettualoide per risolversi per Cristo (ripeto: intellettualoide, a confronto col compagno di spedizione dimostra di mancare sin delle basi della teologia tridentina, che pure è semplice), non avendo accettato l’obbedienza “perinde ac cadaver” conclude la sua parabola abiurale da cadavere e si trova in mano un piccolo crocifisso di legno destinato a finire in cenere con lui, evidentemente concessogli come inutile amuleto da pietosi buddisti mai convertiti (la moglie di un altro che non si è scelto, mentre si era scelto la vocazione religiosa), sì che col prete fallito si realizza davvero lo spauracchio ventilato dal suo cedevole maestro (Ferreira): aver ridotto il Vangelo a una nuova superstizione nipponica, senza radici e senza futuro – appunto prigioniera del presente vuoto della coscienza.

Secondo step. I grandi registi sono immortalati dai loro film. Gibson confeziona due pellicole in poco tempo, nelle quali esprime un pensiero continuativo: chi è Cristo per me, chi è la Chiesa per me. Messaggio complessivo: Cristo è colui il cui sacrificio, perpetuato dalla Chiesa, estingue i sacrifici del mondo. Anche Scorsese fa il filotto, più nella forma di una inclusione, per cui la sua vasta produzione si vede coerentemente incorniciata tra “The last temptation of Christ” e “Silence”. Anche qui si risponde a due domande: chi è Cristo per me, chi è la Chiesa per me. Il Cristo di Scorsese era un fantoccio nevrotico, delineato sugli schizzi delle tradizione gnostica, la Chiesa di Scorsese è un feticcio in decomposizione pericolante sui residui della rivoluzione modernista (con tanto di gesuiti luteranizzanti). Il Cristo di Scorsese non comprende nulla del Padre e solo per un macchinoso colpo di scena finale accetta di salire in Croce, agisce mosso da costrizioni esterne e non da motivazioni interiori, si accorge di essere stato preso in giro; la Chiesa di Scorsese non comprende nulla di Cristo, i suoi consacrati scelgono la missione per ragioni umane – ritrovare un amico (i.e. salvate il soldato Ryan) -, non interiorizzano il senso dell’evangelizzazione, fraintendono completamente il valore della fede popolana e da ultimo, nell’impossibilità registica di elaborare un nuovo macchinoso colpo di scena finale, soccombono e, nella loro apostasia mai radicale, prendono in giro tutti. E si capisce!, rifiutano di agire per ossequiare al formalismo, seguono la propria coscienza puramente soggettiva, che li consegna all’unica cosa cui essa può consegnarci, al torbido eterno ritorno senza identità e senza utilità (il buddismo è il miglior alter-ego esoterico di tale annichilazione all’occidentale). Però, e di nuovo, troppo debole per saltare al vero nichilismo e troppo orgoglioso per accettare il cattolicesimo: a bientot, Nietzsche. Preferisco Tarantino, che almeno fa una scelta netta. In entrambi i casi, noto en passant, i protagonisti di Scorsese sono dei capelloni, barbettati e frignanti. In entrambi i casi, noto en passant, il Cristo e la Chiesa di Scorsese sono messi in scena a partire da romanzi e non dalla storia né dalla Rivelazione.

Terzo step. Una riflessione su Scorsese: cosa cambia a livello ecclesiologico tra “The last temptation” e “Silence”? Perché lì alla fin fine ci si piega all’osservanza esteriore della tradizione e qui ci si abbandona definitivamente alle maschere nicciane della coscienza? C’entra forse il mutato regime romano, ieri ancora capace di direttive magisteriali e oggi aperto al liberalismo teologico? Oppure, al contrario, non è che il mutamento romano abbia ispirato Scorsese, è che Scorsese, da grande artista, è davvero espressione (tragica) del suo tempo (tragico) e, persino, dell’evoluzione religiosa cattolica dell’ultimo cinquantennio. Sia come sia, la voce narrante conclude nel più francescano dei modi: solo Dio può giudicare – tra preti sepolti con rituali di bonzi e con l’eco di quel “padre Francesco” (Ignazio non ricordo se lo nominino) che al popolino ricorderà più che altro Assisi. Altro dettaglio da maestro, aver a suo modo descritto il ruolo unico del sacerdozio nell’irradicare il cristianesimo in una terra pagana: peccato averne poi celebrato l’abiura. Anche qui, spero sia solo per paranoia, vedo temibili parallelismi romani. E da ultimo, su Scorsese, questo elegante elogio della coscienza “absoluta”, questa esaltazione di una religiosità concreta da non giudicare, così in sintonia con le svolte pastorali concrete, coi capricci della coscienza credente, con le abiure almeno materiali della tradizione matrimoniale in casa cattolica… geniali conincidenze. Mi fermo, non senza ricordare che parlare di “Silenzio” di Dio in un film, in cui “de facto” il vero dio è il regista, impossibilitato a tacere sia pure per un solo momento, ha un che di paradossale e curioso.

Quarto step. Una riflessione su don Malatacca. Non so proprio chi possa essere don Malatacca, ma trovo il suo commento a “Silence” su Aleteia. Urgono un paio di osservazioni. La prima: prometto essere l’ultimo commento di un religioso allineato che oso leggere, dato che al prossimo sfoggio di modernismo politicamente corretto con tante sbavature teologiche e tante forzature ermeneutiche (contro la storia, forse anche contro il film-romanzo) rischio di abiurare. La seconda: il prete foggiano scrive che “i contadini sono semplici, chiedono segni tangibili di fede forse più della fede stessa, perché hanno bisogno, la loro fede è “a tatto”, ma è vera. Per una coscienza semplice calpestare un segno della fede è essenziale, è abiura o martirio; è come se calpestassero il Signore in persona”. E per un prete la fede è astratta? I segni della fede non gli sono essenziali? Nel momento in cui l’inquisitore chiede di bestemmiare il nome della Vergine (la frase campeggia nei sottotitoli dei cinema di tutto il mondo, ma io non ho il coraggio di riprodurla), il contadino non può farlo, mentre il prete sì? Ah beh, siam messi proprio bene e capiamo tante cose sul clero odierno. E poi, quello di padre Rodriguez, checché ne dica il Malatacca, non è un martirio – “Ha vissuto un martirio di vergogna, continuo, per non rinnegare il suo Signore” -, ma è la punizione per una scelta sbagliata, è un castigo divino (nel senso teologico del termine, un’auto-punizione che l’uomo si infligge, quando si ribella alla Verità).

Insomma, al solito i commenti della Chiesa sbragata sono peggio dei film di grido, sempre in ansimo per difendere l’indifendibile e per salvare tutto e tutti, tranne ciò che attiene agli imperativi del Cristo. Quanto a me, preferisco il Suo silenzio oggi alla sua condanna domani. E ora attendiamo il nono film di Tarantino, per risollevare lo spirito