La Chiesa: abbiamo perso gli operai

Posted on 22 febbraio 2010


Ennesima riunione di politically correct in parrocchia, ennesimi interventi aridi e improduttivi, ennesimi rigurgiti di frustrazioni, e infine arriva, temuta e scongiurata, supera l’imbarazzo dell’inopportunità, supera il buon senso degli astanti, supera le soglie del millennio (ma a ritroso), ed esplode virile e impavida:

“La Chiesa nel secolo scorso ha perso gli operai, e noi oggi…”

Non riesco a sentire il continuo, non serve, il senso è chiaro, la Chiesa, quella di Trento e dintorni, ha la colpa della miseria attuale, la soluzione è il prete che sta in fabbrica più che in sagrestia, il centro è il buonismo, meglio se farcito di ignoranza: lo lascio macerare in fondo allo stomaco, me lo porto dietro come un macigno, e mi avvilisce.

Poi scopro un articolo del prof. Giovannelli e capisco che le cose hanno girato diversamente…

Un tempo il ricco, diciamo il principe (che riuniva la figura del critico e del mecenate), si circondava di lusso e di cose splendide che erano offerte all’ammirazione di tutti e tutti erano riconoscenti al principe per aver saputo scegliere gli artisti che avevano abbellito le chiese, i palazzi, le vie, le piazze e le città, dove il povero viveva dignitosamente perché salvaguardato da una serie di regole.
La miseria esplose in Francia dopo la Rivoluzione, quando terminarono le guerre napoleoniche e le popolazioni delle campagne vennero costrette ad emigrare nelle città per garantire manodopera a basso costo alla nascente industria e non vennero ripristinate le forme di assistenza garantite dagli ordini religiosi.
Bisognerà attendere la nascita e il successo del socialismo per vedere le prime forme di assistenza sociale pagata dallo Stato. Prima della Rivoluzione esistevano le corporazioni che garantivano la stabilità e i diritti dei lavoratori in una società statica. Oggi tutti devono correre per il successo, tutti devono dare fondo a tutte le loro risorse per arrivare alla ricchezza, che poi deve essere difesa giorno per giorno e che ben difficilmente può essere trasmessa agli eredi. Ma oggi non si raggiunge la ricchezza con la capacità di saper fare, con l’ingegno messo nel realizzare cose utili e cose belle, come accadeva durante la rivoluzione industriale. Nella società post-industriale la ricchezza si raggiunge entrando nell’universo chiuso ed autoreferente della finanza, un modo elegante per dire che si raffina la capacità di sfruttare il lavoro produttivo svolto da lavoratori sempre meno pagati sparsi per il mondo, saccheggiando la tecnica avuta da studiosi e progettisti ai quali si vuole poi negare anche la pensione. (fonte, Effedieffe.com: http://www.effedieffe.com/content/view/9350/173/)

Ricordo allora a traino due interventi di Messori

Il primo dall’articolo “Scalpellini“, dove si conferma:

Gli studiosi di storia dell’economia ricordano che ai tempi di Francesco Crispi…a uno scalpellino occorrevano 23 giorni di lavoro per acquistare tre quintali e mezzo di frumento. Per acquistarne la stessa quantità, a uno scalpellino della fabbrica del Duomo di Milano alla fine del Trecento…bastavano 12 giorni. Di più: l’operaio medievale, a differenza del suo collega dell’Ottocento, non conosceva quasi tasse e godeva dei robusti vantaggi (sia economici che sociali) dell’appartenenza a una Cooperazione.” (V. Messori, Pensare la Storia, Sugarco, Milano 2006, 68-69)

Il secondo da “Lotta di Classe“:

Dice il medievista Marco Tangheroni: “E’ certo che nel Medio Evo il povero ebbe una tutela che non conobbe affatto nelle epoche seguenti, soprattutto in quelle che cominciano con l’èra industriale. La gente comunque – poveri e ricchi – in quel sistema ci si riconosceva. Se la società medievale si indebolisce e poi muore non è perchè fosse troppo cristiana, ma perchè spesso lo fu troppo poco…
Lo storia propagandistica che ha cercato di diffamare quell’era…ha insistito sui servi della gleba quasi fossero gli equivalenti degli schiavi antichi. Dimenticando però di ricordare che…il proprietario…non era libero, mai , di mandar via il contadino, il quale così, a differenza dei suoi colleghi moderni, aveva la sopravvivenza assicurata…
Solo nei film faziosi… si vedono rivolte contadine contro i monaci-padroni. Poteva succedere…che fosse il popolo stesso a invocare l’intervento dei religiosi per difendersi dali esaltati dei movimenti ereticali pauperistici
.”  (V. Messori, Pensare la Storia, Sugarco, Milano 2006, 123)

Insomma è proprio difficile accusare la Chiesa della povertà moderna. La realtà è un’altra: quel sano gusto per l’economia e il progresso che la Chiesa ha promosso nel Medioevo (cf. R. Stark, La vittoria della Ragione, Lindau), è stato sottratto alla Chiesa e al popolo per l’intervento fraudolento e malizioso dei capi rivoluzionari, i quali – in quell’occasione come sempre – hanno abbindolato il popolo
per fare cose nocive per il popolo stesso.

Da allora il sistema del lavoro e dell’economia non è più conodotto nè secondo principi cattolici nè da impresari cattolici. Ecco perchè c’è tanta crisi, ed ecco perchè la Chiesa non è più riuscita a fare molto.
Il papa ormai può limitarsi a qualche enciclica, magari bella, ma che gli arrivisti di ispirazione ebraico-massona, neo-calvinista e post-marxista useranno al più come carta igienica.

In compenso i preti d’avanguardia non riconoscono una cicca di quanto spiegato fin qui, e continuano a credere che  l’aiuto agli operai debba venire dal compromesso con strutture, carismi e propagande che di cattolico hanno nulla 

Poveri operai. Una volta avevano i monaci a difenderli dagli eretici pauperisti; ma oggi chi gli rimane più?