Chierichetti maschi e femmine

Posted on 18 ottobre 2010


Si può discutere in molti modi circa l’opportunità di ammettere le bimbe al servizio di chierichette.

Si può obiettare che già il nome – chierichetto, cioè piccolo clericus, cioè pretino – non apra spiragli alle signorine.

Si potrebbe fare un raffronto con il senso e la presenza del sacerdozio femminile nelle religioni ecc. (che abitualmente era legato a concezioni immanentiste e a teologie senza speme di salvezza alcuna – motivo per cui solo l’idolatria del ritorno al grembo materno, virgineo o concubinato, a seconda delle sette, era palliativo spirituale ammissibile)

Si potrebbe più direttamente guardare alla ricchissima tradizione della Chiesa, che ha tra le sue figure esemplari somme Maria Santissima. E forse lì scopriremmo un senso per nulla discriminatorio del contributo femminile cattolico, un poco meno piattamente mascolinizzato, addirittura più onorifico e salutare (teologicamente parlando, cioè più utile nel piano della salvezza), e però proprio per questo più nascosto e sacrificato (in quanto il modello cristiano nella storia è la croce e non la vetrinetta).

Eviterei allora di sostenere, come fa la Scaraffia – che peraltro stimo in quasi tutte le sue uscite -, che

“l’esclusione delle bambine” dal servizio all’altare “ha significato una disuguaglianza profonda all’interno dell’educazione cattolica… Per le ragazze entrare nello spazio dell’altare ha significato la fine di ogni attribuzione di impurità al loro sesso”.

Anche perchè non l’impurità del sesso ha proibito essenzialmente l’accesso all’altare (e qui prescindo da eventuali deviazioni teologiche occorse negli ultimi secoli – mi rifaccio direttamente al senso spirituale proprio del fenomeno considerato, almeno per quel che ne capisco), ma appunto la specificazione di diversi protagonismi spirituali all’interno della storia della salvezza.

Da qui effetti contraddittori e paradossali. 

Mentre infatti le bimbe potevano essere (ri)valutate in molti altri modi ben più opportuni e mirati (l’emulazione del maschio essendo – quella sì – frustrante per il genere femminile); è piuttosto sicuro che l’invasione di bimbe in presbiterio abbia piegato ulteriormente il senso e la valenza dell’esser sacerdoti, acuendone la crisi vocazionale, l’essenzialità ministeriale, la dignità personale.

Quindi la discriminazione non era verso le bambine, ma è ora verso i maschietti.

A meno che il senso della storia voglia essere la rivalsa, basata sulla mera usurpazione di ruoli specificamente altrui. Ma questo è, nè più nè meno, pensiero rivoluzionario. Anticattolico per definizione. E alludo alla solita quaestio del katechon. Di cui ho già parlato.

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