Fratelenzo: botanico e martire… con le cesoie degli altri

Posted on 12 marzo 2011


Bhatti. Pakistano e cristiano. Martirizzato.
Due insegnamenti

PRIMO INSEGNAMENTO

Il primo. Quello del sempreverde Fratelenzo. L’unico monaco al mondo che è riuscito a raggiungere le vette della spiritualità monastica stando il minor tempo possibile nella propria cella. Gira in giacca e cravatta, sfoggia tagli barbacei tra i più raffinati (al suo cospetto Grun è uno scarmigliato), ha un cuore e una mente capaci di raccogliere in sè le sorgenti di ogni spiritualità genuina e di tutto il cristianesimo – purché non sia romano.

Non crediate che questo lo svaluti. E’ solo il segno che Fratelenzo ha raggiunto le sommità del nirvana cristico. Da queste cime Fratelenzo può indicarci tante cose.

Ad esempio può usare il caso Bhatti per sfrondare le zavorre di certo cattolicesimo prima formale e poi scontato. Un cattolicesimo in realtà banale e noioso, essendo certo meglio affermare la ‘differenza cristiana’ in mezzo ai terroristi, o come perenne novità in un mondo sempre più violento, anziché come quotidianità di una società lentamente civilizzata, pacificata ed elevata.

Una compenetrazione che un tempo si misurava sul numero dei “praticanti” e la percentuale di battesimi e di matrimoni in chiesa e che ora trova parametri più aggiornati nel numero degli “avvalentisi” dell’insegnamento della religione cattolica, dei firmatari dell’otto per mille a favore della chiesa cattolica oppure nella disponibilità a seguire gli insegnamenti del magistero sulle tematiche eticamente più sensibili. Questo, ci viene detto, è il cristianesimo reale, concreto, quotidiano, così armonico rispetto al comune sentire, così poco differente rispetto all’opinione della maggioranza, così tranquillo nell’assumere comportamenti e tradizioni divenuti scontati per i più.

(La semplicità del cristianesimo – Enzo Bianchi – La Stampa, 6 marzo 2011)

Del resto Fratelenzo non vuole neppure una Chiesa di supereroi. Piuttosto una Chiesa di uomini qualsiasi, comuni come gli alberi della foresta (l’aspetto bucolico di Fratelenzo non deve essere mai sorvolato – è un elemento di fine retorica, ma soprattutto vende meglio della robusta filosofia tommasiana: Fratelenzo, ex economista, questo lo sa bene). Chiaramente la foresta cristiana in questione non è quella romana, ma un nuovo ceppo che sta germinando…

la perdita di sapore del “sale della terra”, la confusione tra il radicare il proprio comportamento nel vangelo e l’appellarsi a radici di alberi che hanno smesso di dare frutti corrispondenti, viene facilmente tacciato di elitarismo, additato come sostenitore di una mitica cerchia di “puri e duri”, come sognatore di un’utopica realtà fatta di persone coerenti: reazione sintomatica di un’implicita tendenza di comodo a contrapporre rarissime “virtù eroiche” a diffusissime abitudini dalla matrice cristiana un po’ sbiadita.

Sta germinando non sbiadito (come invece la sterpaglia CEI&Co), ma vigoroso. E a quel vigore guarda mr. Bose?

Anzitutto al vigore dell’uomo qualsiasi.

scoprire che questa figura “eroica” è in realtà un uomo, una donna normalissima, simile a tanti suoi contemporanei, una persona del popolo, uno di quei “piccoli” a cui Gesù dice che sono state rivelate le cose nascoste ai sapienti e agli intellettuali.

Quindi al vigore dei monaci martiri in terra algerina, e ormai famosi per la pellicola di un fortunato produttore (Uomini di Dio).

Lo abbiamo visto nella vicenda umanissima dei monaci di Tibhirine in Algeria: uomini semplici, in buona parte di umile estrazione, legati nel quotidiano a un popolo altrettanto semplice;

Al vigore degli antifascisti (incredibile come, con tanti milioni in più di morti causati dall’anticlericalismo comunista, non si trovi mai un testimone anticomunista da proporre a modello dell’eroismo cristiano. Li avranno ammazzati proprio tutti? Mangiati, addirittura?).

lo ritroviamo nelle lettere e negli scritti dal carcere di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che accetta la condanna capitale per non servire nell’esercito di Hitler e resta fermo nel suo spontaneo, naturale rifiuto nonostante molti, anche tra i pastori della sua chiesa, cerchino di dissuaderlo da un gesto tanto audace;

Al vigore dello stesso Bhatti. Un vigore che sembrerebbe direttamente proporzionato o almeno orientato più a un giusto laicismo post-moderno e post-musulmano, anziché non a una chiara identità interiore e quindi sociale di cristiano ortodosso.

lo scopriamo nelle parole pacate di Shahbaz Bhatti, ministro cristiano nel Pakistan musulmano, brutalmente assassinato – come del resto un suo collega musulmano di orientamento “laico” – per non aver desistito dal difendere gli indifesi, cioè dal fare il suo dovere di ministro (che significa “servitore”) delle minoranze religiose.

E’ un vigore appena appena orizzontale. E’ il vigore di quel laicato concepito non come Corpo Mistico di Cristo (concezione eccessivamente reificante, spersonalizzante e spiritualistica di Chiesa), ma come popolo di Dio (versione più ecumenica, laica, radicale, orizzontale e quindi genuina, pronta al martirio)

Costoro non sono eccezioni, sono piuttosto l’emergere alla visibilità di una moltitudine di oscuri testimoni della speranza di cui nessuno si ricorda, costituiscono la realtà portante dell’autentico “popolo di Dio” cui il Vaticano II ha ridato consapevolezza e responsabilità, rimettendogli fra le mani quella parola di Dio che, come la pioggia, non scende dal cielo senza irrigare, fecondare e far germogliare la terra.

Fa nulla che la responsabilità del laicato ha svuotato chiese e sacramenti, quelle erano formalità abituali e insipide. Noi preferiamo un sano laicato. Quello che crea generazioni di terroristi e anarchici, i quali poi come per incanto – o dopo aver letto un libro Qjqajon – diventano martiri eccezionali.

“Voglio servire Gesù da uomo comune”: così inizia una testimonianza di Bhatti risalente ad alcuni anni fa e che andrebbe riletta per intero per cogliere in essa tutta la straordinaria quotidianità di un cristiano semplice e proprio per questo così eccezionale per il nostro mondo.

Tralascio l’ardita citazione di Von Balthasar fatta propria da Fratelenzo. La tralascio perchè la teologia di Von B. è cosa affatto complessa e decisamente distante dal monachesimo bosiano. Mi piace invece l’interrogativo finale.
Se potessimo chiedere a persone come Bhatti dove hanno trovato la forza e il coraggio per andare avanti in mezzo a tanti rischi e ostilità, chi gliel’ha fatto fare di esporsi a tal punto, come hanno potuto sfidare anche la morte per amore della vita e del prossimo, forse li vedremmo restare un attimo silenziosi, stupiti di fronte alla nostra domanda, per poi risponderci con disarmante semplicità: “Perché, tu cosa avresti fatto?”. Già, cosa faremmo se davvero fossimo convinti della nostra fede?

Già, Fratelenzo, tu cosa avresti fatto?
Ti saresti mimetizzato nella società in cui vivi?
Avresti saputo costruire o solo demolire?
Avresti imitato i grandi santi e martiri della Chiesa, o ne avresti solo additato dalla distanza qualche tipo mediaticamente riuscito e strumentalizzabile?
Ti saresti alimentato di cristianità, o avresti venduto la tua identità in nome di un concordismo comodo?
Avresti rinunciato a tutto te stesso o avresti fondato una casa editrice succulenta?
Ti saresti ritirato nel deserto o avresti continuato a girare per portare te stesso in giro per il mondo?
Avresti curato una teologia forte coerente e cattolica o ti saresti vezzeggiato di un’erudizione danarosa e ante-cattolica (nel senso in cui Martini si definì ante-papa)?
Avresti pagato nell’ordinarietà la tua fede a costo di sembrare scontato, sbiadito e scipito (almeno fino allo straordinario  – per quanto non auspicato – e obbediente ‘sì’ del martirio)?
Oppure ti saresti fatto bello del coraggio altrui, ci avresti speculato sopra, usandolo per condannare la Chiesa dei martiri di Cristo?
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.Grande Fratelenzo. Mi fa piacere che usi anche del martirio di Bhatti per battere cassa e riscuotere applausi.
Di tutto questo resta confermato solo un fatto: Sancho Bose è più bucolico che cattolico. Lo è nel modo contadino di ragionare, lo è nel modo affabulatorio di proporsi, lo è nel curare l’interesse del proprio campo, lo è nella trascurata minuzia con cui si coltiva l’aia di casa propria.
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SECONDO INSEGNAMENTO
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Per tutti gli altri c’è la realtà non edulcorata dei fatti (ed eccoci al secondo insegnamento).
La realtà di un paese di lenta cristianizzazione. Che però ora mostra i frutti della medesima. Li mostra, certo, non sempre in modo esemplare e perfettista, nemmeno monastico (foss’anche un monachesimo bucolico). Ma li mostra nella maggior civilizzazione e umanizzazione del contesto cristiano ivi fondato.
Purtroppo i concittadini di Bhatti non sono ‘fratelli’ bucolici, ben ingrassati, cullati dalla quiete di campagne, radici e case editrici.
Per questo non riescono a convincersi che una società cristiana, con scuole cristiane, con la possibilità di (auto)finanziare e godere dei servizi cristiani, con l’autorità di alcuni riferimenti cristiani, addirittura cattolici, con la possibilità di sposarsi cristianamente e di esser tutelati da uno stato non contrario al cristianesimo – anche a costo di attraversare momenti di crisi, peraltro non sempre ideologicamente imputabili agli errori delle proprie gerarchie – sia qualcosa di contrapposto o di preferibile alla quotidianità censurata, perseguitata e vessata di un paese di terrorismo islamico.
Ma queste non sono idee per un fondo sulla Stampa, questa è vita vera e vissuta. Finché si riesce, finché le bombe lo concedono.
Per cui non attendiamoci che gli amici di Bhatti raccolgano l’invito di Fratelenzo per un mondo acattolico, antigerarchico, campagnolo, laico, liberal,…
Gli amici di Bhatti continuano a ringraziare che c’è ancora un fazzoletto di terra chiamato Vaticano, dal quale partono aiuti e sostegni per tutte le missioni del mondo, anche le più tribulate, anche la loro.
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Forse più che della fantomatica differenza cristiana (una sorta di bucolico gay pride spiritualista propugnato da Fratelenzo) conviene tener da conto la differenza tra Kushpur e i villaggi musulmani:
«Nel 1982 la differenza tra Kushpur e i villaggi musulmani vicini era scioccante per vari motivi: la pulizia delle strade e delle case, la libertà delle donne che sorridono, si fermano, parlano, si lasciano persino fotografare (questo era considerato un crimine altrove), la vivacità dei ragazzi e ragazze nel gioco, l’unità delle famiglie (rigorosamente monogamiche) che ha permesso la fondazione di organismi cooperativistici per lo scavo dei pozzi, la canalizzazione dell’acqua, l’acquisto di trattori e altre macchine agricole, la commercializzazione dei prodotti delle terre, ecc. Soprattutto la presenza in Kushpur delle scuole anche medie. Nei villaggi musulmani vicini e lontani (ne ho visitati alcuni in varie regioni) era tutto il contrario di quanto ho detto. Le donne ad esempio, non si vedevano per le strade, la sporcizia regnava sovrana, ecc. (…). Venivano anche da lontano gruppi di musulmani a vedere il villaggio cattolico, si scandalizzavano per le donne non velate e sorridenti, le ragazze che andavano a scuola e dicevano agli uomini che lavoravano la terra: “Ma voi, siete così stupidi che lavorate quando avete la moglie e i figli?”».