Messori, il Faà di Bruno e l’Unità d’Italia: BORGHESIA E PEZZENTI

Posted on 13 marzo 2011


Messori, Un Italiano Serio, ed. Paoline, p. 138

Quando il Comune, molti anni dopo, si decise a muoversi, con delibera dell’8 aprile 1868 la Giunta municipale subordinava la concessione dei pochi e tardivi fondi alla creazione di una sala chiusa dove i clienti dei ” Fornelli ” si concentrassero.

E questo, è scritto testualmente, « al fine di evitare lo sconcio di vedere sugli usci prossimi alle cucine, nell’interno dei vestiboli e sin anche per le scale delle abitazioni circonvicine una quantità di pezzenti logori e sudici, intenti a consumare le rispettive minestre. Il che, oltre alla vista disgustosa per i cittadini, può produrre nel forestiero un’idea meno esatta della pulizia e dello stato di accattonaggio nella nostra Torino ».

Documento, questo, davvero vergognoso ma non isolato, anzi del tutto esemplare della ” sensibilità ” della nuova cultura post-cristiana: i parvenus della casta borghese temevano lo ” sconcio “, il ” disgusto “, di quei ” pezzenti logori e sudici ” in mezzo ai quali il figlio dei marchesi Faà di Bruno viveva e per i quali spendeva le sue energie e il suo denaro, attento oltretutto a non offendere la loro dignità di redenti dal Cristo, di chiamati alla beatitudine eterna.

La risposta concreta ai nuovi bisogni da parte dei credenti – pur disprezzati e spesso perseguitati – accomuna tutte le regioni italiane, anche quelle del Sud profondo: Napoli vede in azione, tra i molti altri, Bartolo Longo, un avvocato; Palermo, Giacomo Cusmano, medico prima di farsi sacerdote; Messina, Annibale di Francia. E tanti altri.

Ma è Torino il luogo dove più si affollano queste figure di mistici che sono al contempo uomini di energica azione, veri manager della carità.

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