L’Italia federale: faro oltre la crisi

Posted on 5 maggio 2011


Così F. Alberoni in prima pagina sul Corriere di Lunedì 28 Marzo:

Perché il patrimonio artistico dell’Italia è così ricco e variato? Perché nel corso di quasi tremila anni si sono succeduti nel nostro piccolo territorio molti popoli…
Gli etruschi… Poi Roma…
A partire dall’anno Mille in Italia sono fioriti i comuni… I signori di queste capitali vi hanno profuso enormi ricchezze per dotarle di stupende opere d’arte…
Dopo l’unificazione nazionale, questo processo è rallentato… la grande borghesia, salvo alcune eccezioni, ha smesso di identificarsi con la città in cui vive, non vi ha più costruito palazzi, giardini, chiese…
Questa situazione potrebbe cambiare con il federalismo…

Difficile dire cosa stupisca maggiormente di questo fondo, vero e proprio affondo al sentire mediatico comune.

La critica, parca serena e perciò incisiva, all’unificazione dell’Italia (che non è contestazione dell’unità d’Italia)?

Oppure l’apertura sull’opportunità del federalismo: culturale e tradizionale, prima che economico?

Ci sarebbe anche il riconoscimento implicito della bontà socio-culturale di un giusto pluralismo, purché integrato in un debito senso di identità superiore comune.

L’Italia realizza anche così la sua missione storica di esemplarità verso il mondo, mostrandoci che la maggior fruttuosità storica non dipende

  • né da un pluralismo sconnesso (l’attuale schizofrenia nordamericana – equivalente al nichilismo post-gramsciano patrio),
  • né da un monolitismo monocolore (il declino del Medioriente contemporaneo – equivalente al burocratismo pre-para-post-fascista nostrano),
  • ma da una adeguata differenziazione ed autonomia (nel nostro caso era adeguata alle zone geografiche e culturali della Penisola) all’interno di un pur sempre saldo bacino di conformità (l’unità religiosa e teologica del cattolicesimo).