Castellucci e cattolicucci (1 di 6): laici e Pastori

Posted on 25 febbraio 2012


Provo a offrire il bilancio del caso-Castellucci, cercando di isolare ciò che resta di interessante dopo il passaggio del ciclone. Essenzialmente mi rifaccio agli interventi che ho trovato in rete, e che ritengo più incisivi. Per la ricostruzione dei fatti rimando a www.labussolaquotidiana.it, dove si trova un buon dossier; e in genere ogni motore di ricerca può venire incontro al navigatore che cerchi notizie su Romeo Castellucci e il suo spettacolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio dato per la prima italiana a Milano dal 24 al 28 Gennaio 2012, pur tra molte proteste soprattutto di area cattolica tradizionale e tradizionalista. E non solo.

La mia tesi – che non vuole essere originale – è che l’episodio Castellucci possegga a pieno titolo il carattere di evento. Un accumulo di situazioni che hanno un insegnamento da lasciare al nostro tempo, o almeno sul nostro tempo.

Ne traggo alcuni spunti: (§1) sul rapporto curioso tra laicato (Roberto De Mattei, Francesco Colafemmina) ed episcopato (mons. Sanna, mons. Scola e Santa Sede), decisamente eloquente su entrambi i gruppi, tra eccessi del primo e carenze del secondo; (§2) sullo scacco della cultura cattolica, fintanto che resta a ruota di categorie della modernità anti-clericale o almeno anti-cristica (Curia di Milano); (§3) sulla tentazione/ingenuità indealistico-soggettivista del neo-cattolicesimo pluriculturalista (Antonio Socci); (§4) sull’opportunità di una rivalutazione dell’apologia cattolica in termini di denuncia gnostica, sia a livello dottrinale (Samuele Maniscalco), sia a livello socio-politico (Piero Vassallo, Roberto Manfredini); (§5) sull’occasione di recuperare un discorso dottrinale chiaro ed esplicito sulla Riparazione e quindi sul valore sacrificale della santa Messa (mons. Caffarra, Messainlatino); (§6) riserve (mons. Ravasi), conclusioni e auspici.

1. 

Laici e ecclesiastici

Un primo ambito riguarda il curioso confronto tra esponenti colti del mondo laico e reazione disarticolata delle autorità ecclesiastiche.

A. 

Che i laici siano i depositari quasi esclusivi dell’apologetica nel post-concilio è cosa incarnata magistralmente da Messori (se mi è concessa una tifoseria), registrata dalle firme de Il Timone, e consacrata recentemente dalla già citata Bussola.

Che i vescovi siano del tutto non attrezzati in materia – non parlo di impreparazione culturale ma di opzione pastorale (fatte salve peraltro alcune recentissime svolte, come quella di mons. Moraglia – non a caso legata al Timone) – è cosa altrettanto palese. E sconfortante.

Di qui i paradossi fioriti attorno al teatro blasfemo.

Parto dal cristallino Roberto De Mattei, storico – il quale si concepisce come difensore del cattolicesimo in un’era di defezione critica degli ecclesiastici dal loro ruolo di custodi del gregge (affermo questo – calcando la mano – alla luce del trionfalismo emergente in Apologia della Tradizione, ed. Lindau – un testo che consiglio, cui muoverei svariate riserve, che trovo affascinantissimo, che ha estirpato in me ogni residuo di dubbio attorno alla verità del cattolicesimo pur attraverso la precarietà del cattolicismo). In un video apparso su Corrispondenza Romana De Mattei afferma:

L’autore è un italiano, il cui nome va consegnato alla vergogna della storia: Romeo Castellucci…

La realtà è che il laicismo vuole emancipare da Dio ogni aspetto della vita umana, ma poi questo sacro separato dal profano viene miscelato in modo oltraggioso e provocatorio. Tutto ciò ha una spiegazione: è la ideologia anticristiana che ha i suoi esponenti contemporanei in autori come la psicanalista Julia Kristeva che frequenta il Cortile dei Gentili…

I cattolici, a Milano e in Italia, taceranno?  Sulla cattedra che fu di sant’ Ambrogio siede ora un nuovo arcivescovo, Sua Eminenza Angelo Scola. Sant’Ambrogio passò alla storia per aver sfidato l’imperatore Teodosio. Perché il card. Scola non dovrebbe sfidare il nuovo Impero, quello dei media, pronto a scatenarsi contro chiunque alzi la voce contro la blasfemia? E perché il card. Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana non dovrebbe anch’egli levare la sua voce? La missione della Chiesa non è forse quella di affrontare i potenti, di sfidare il giudizio del mondo? E non reagiranno i cattolici con le armi, pacifiche, della parola e della preghiera?

(QUI)

B. 

D’altra parte la reazione dei vescovi. Impacciata, timida, ambigua.

Impacciata quella di mons. Sanna, colto in flagrante da un attento interprete dei rapporti tra cattolicesimo tradizionale ed espressioni artistiche, Francesco Colafemmina.

Chi l’ha detto che la Chiesa Cattolica Italiana è muta dinanzi allo spettacolo blasfemo di Castellucci che sarà a breve messo in scena a Milano? Tutti i Vescovi tacciono, anche il Cardinal Scola. Forse temono che un loro intervento possa dispiacere all’establishment e trasformarsi in una ritorsione su ICI e 8 x mille. Ma in realtà un Vescovo che parla dello spettacolo c’è già. E’ l’Arcivescovo di Oristano, Monsignor Ignazio Sanna detto anche “il distruttore” per via della demolizione dell’antico altare della Cattedrale di Oristano.

(QUI)

Il povero monsignore per lo più pecca di buonismo e imprudenza (sul vizio impolitico della pastorale nel post-concilio ritorneremo – ma è già sancito dal tramonto dell’apologetica); il suo elogio non è un elogio alla blasfemia, ma un’infelice citazione in una ancor più infelice omelia, in cui i nomi di astrusi filosofi anticlericali si affiancano a quello di Castellucci, tutti accumunati dal fatto di aver rivolto una qualche attenzione al Volto di Dio. Come mai il prelato creda conveniente nutrire i suoi fedeli con le citazioni di autori atei, nichilisti e blasfemi non so dirlo; credo sia il frutto dubbio di certo ecumenismo o forse solo un eccesso di narcisismo intellettuale.

Nella risposta all’affondo di Colafemmina, mons. Sanna scrive

Ho solo citato una frase di un’intervista all’autore, per mettere in evidenza che la ricerca di Gesù e del suo volto è presente nel cuore di tutti gli uomini, anche di quelli che vorrebbero ignorarlo o oltraggiarlo. 

E il blogger pugliese può chiosare: Intanto esultiamo: finalmente un vescovo ha condannato l’opera blasfema.

(QUI)

Una condanna timida, in cui sembra che i vescovi rispondano solo per ripararsi da certi imbarazzi, e non condividano minimamente le grida di allarme che una porzione di popolo rivolge loro; quasi gli importi più dell’onore degli oltraggiatori anziché della fede messa a rischio nel loro ovile.

Timida comunque, per il fatto stesso di essere una risposta in seconda battuta. Anche la lettera che dagli Uffici della Santa Sede è stata indirizzata a padre Cavalcoli patisce questo status. A parte che su un problema ambrosiano non vedo necessità di smuovere Roma, si tratta pur sempre di una risposta strappata a forza – e questo solo dettaglio le toglie l’energia propria di una genuina iniziativa.

Sua Santità ringrazia vivamente per questo segno di spirituale vicinanza e, mentre auspica che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i Santi e i simboli religiosi riscontri la reazione ferma e composta della Comunità cristiana, illuminata e guidata dai suoi Pastori, Le augura ogni bene per il ministero e invia di cuore l’implorata Benedizione Apostolica.

(QUI)

Socci ha negato che la lettera sia di pugno del papa, io non lo avevo mai creduto, ad ogni modo è inutile nello specifico caso e anacronistico nel panorama generale post-vaticano, che il papa si intrometta in fatti locali di Curia.

Ambigua la risposta venuta dalla Curia milanese, che in fondo tra Pisapia, gli imam e le Scuole della Parola non aveva proprio in mente di invischiarsi con le vischiosità di Castellucci. Ricordo che Milano è pur sempre il baluardo della Cattedra dei non credenti, frotte di ambrosiani interverrebbero a difesa del dialogo col Castellucci piuttosto che a difesa della dottrina della Riparazione. Ritengo poi che Milano stia affrontando un caso drammatico, con grosse porzioni dell’intellighenzia parrocchiale che subiscono la tentazione di gettarsi dal martinismo al mancusianesimo (per la legge del piano inclinato, i cattolici post-conciliari che si accodarono al progressismo del card. Martini oggi tendono a confluire nella visione acattolica di Vito Mancuso – di esso l’Arcivescovo emerito aveva scritto: “anche coloro che non saranno d’accordo con parecchie idee del tuo libro comprendano queste cose e ti ascoltino con attenzione”, e i suoi seguaci vanno recependo con sicumera questa perniciosa eredità spirituale).

Così dunque dalla Curia di mons. Scola:

Domandiamo che sia riconosciuta e rispettata la sensibilità di quanti cittadini milanesi, e non sono certo pochi, vedono nel Volto di Cristo l’Incarnazione di Dio, la pienezza dell’umano e la ragione della propria esistenza.

che prosegue dicendo

Proprio perché Milano è una “città che ha sempre rappresentato il pensiero illuminato, la religiosità alta, il dialogo e l`apertura”, invitiamo a considerare che la libertà di espressione, come ogni libertà, possiede sempre, oltre a quella personale, una imprescindibile valenza sociale. Questa deve essere tenuta particolarmente in conto da parte di chi dirige istituzioni di rilevanza pubblica, per evitare che un’esaltazione unilaterale della dimensione individuale della libertà di espressione conduca ad “tutti contro tutti” ideologico che divenga poi difficilmente governabile. Di questa dimensione sociale della libertà di espressione avrebbe pertanto potuto farsi carico più attentamente al momento della programmazione la direzione del Teatro.

Ambiguo questo finale, che sembra scritto da un giusnaturalista più che da un cattolico verace. Tornerò subito sotto a parlare della magra figura contrattualista degli ambrosiani. Intanto con Cascioli possiamo esprimere un’amarezza di sottobosco. Sarà immotivata e pregiudiziale, ma poco importa: il ruolo dei pastori dovrebbe essere quello di rafforzare il loro gregge, ed eventualmente compatirlo paternamente negli errori e nelle lentezze, non di deprezzare l’ingenuità del laicato e andare a inciuci con il resto del mondo.

Si deve anche notare il grande silenzio dell’episcopato italiano. Sicuramente non c’è bisogno che i vescovi intervengano su tutto, né c’è bisogno della loro continua benedizione per promuovere azioni nella società, però non si può nascondere lo stridente contrasto tra il silenzio di questi giorni e l’offensiva mediatica delle settimane scorse quando in ballo c’era la disputa sul pagamento dell’ICI. Indubbiamente fa un certo effetto vedere la CEI mobilitare tutta l’artiglieria a disposizione per difendere – con mille ragioni – l’esenzione dalla tassa sugli immobili; oppure mobilitarsi per rimettere insieme i cattolici in politica; e poi defilarsi, scomparire, quando c’è un vergognoso, pubblico, oltraggio al Volto di Gesù.

Ci saranno sicuramente delle buone ragioni, certamente ce le spiegheranno, però lascia davvero una strana, fastidiosa, sensazione.

(QUI)

Questo paragrafo si chiude riconoscendo che almeno due interventi solidi si sono avuti. Certo, verrebbe da dire che anche i monsignori Negri e Caffarra siano solo l’eccezione che conferma la regola, ma secondo De Mattei (in Apologia della Tradizione) è la regola della Chiesa esser salvata da [Cristo tramite] eccezioni.