Castellucci e cattolicucci (versione integrale)

Provo a offrire il bilancio del caso-Castellucci, cercando di isolare ciò che resta di interessante dopo il passaggio del ciclone. Essenzialmente mi rifaccio agli interventi che ho trovato in rete, e che ritengo più incisivi. Per la ricostruzione dei fatti rimando a www.labussolaquotidiana.it, dove si trova un buon dossier; e in genere ogni motore di ricerca può venire incontro al navigatore che cerchi notizie su Romeo Castellucci e il suo spettacolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio dato per la prima italiana a Milano dal 24 al 28 Gennaio 2012, pur tra molte proteste soprattutto di area cattolica tradizionale e tradizionalista. E non solo.

La mia tesi – che non vuole essere originale – è che l’episodio Castellucci possegga a pieno titolo il carattere di evento. Un accumulo di situazioni che hanno un insegnamento da lasciare al nostro tempo, o almeno sul nostro tempo.

Ne traggo alcuni spunti: (§1) sul rapporto curioso tra laicato (Roberto De MatteiFrancesco Colafemmina) ed episcopato (mons. Sannamons. Scola e Santa Sede), decisamente eloquente su entrambi i gruppi, tra eccessi del primo e carenze del secondo; (§2) sullo scacco della cultura cattolica, fintanto che resta a ruota di categorie della modernità anti-clericale o almeno anti-cristica (Curia di Milano); (§3) sulla tentazione/ingenuità indealistico-soggettivista del neo-cattolicesimo pluriculturalista (Antonio Socci); (§4) sull’opportunità di una rivalutazione dell’apologia cattolica in termini di denuncia gnostica, sia a livello dottrinale (Samuele Maniscalco), sia a livello socio-politico (Piero VassalloRoberto Manfredini); (§5) sull’occasione di recuperare un discorso dottrinale chiaro ed esplicito sulla Riparazione e quindi sul valore sacrificale della santa Messa (mons. CaffarraMessainlatino); (§6) riserve (mons. Ravasi), conclusioni e auspici.

1. 

Laici e ecclesiastici

Un primo ambito riguarda il curioso confronto tra esponenti colti del mondo laico e reazione disarticolata delle autorità ecclesiastiche.

A. 

Che i laici siano i depositari quasi esclusivi dell’apologetica nel post-concilio è cosa incarnata magistralmente da Messori (se mi è concessa una tifoseria), registrata dalle firme de Il Timone, e consacrata recentemente dalla già citata Bussola.

Che i vescovi siano del tutto non attrezzati in materia – non parlo di impreparazione culturale ma di opzione pastorale (fatte salve peraltro alcune recentissime svolte, come quella di mons. Moraglia – non a caso legata al Timone) – è cosa altrettanto palese. E sconfortante.

Di qui i paradossi fioriti attorno al teatro blasfemo.

Parto dal cristallino Roberto De Mattei, storico – il quale si concepisce come difensore del cattolicesimo in un’era di defezione critica degli ecclesiastici dal loro ruolo di custodi del gregge (affermo questo – calcando la mano – alla luce del trionfalismo emergente in Apologia della Tradizione, ed. Lindau – un testo che consiglio, cui muoverei svariate riserve, che trovo affascinantissimo, che ha estirpato in me ogni residuo di dubbio attorno alla verità del cattolicesimo pur attraverso la precarietà del cattolicismo). In un video apparso su Corrispondenza Romana De Mattei afferma:

L’autore è un italiano, il cui nome va consegnato alla vergogna della storia: Romeo Castellucci…

La realtà è che il laicismo vuole emancipare da Dio ogni aspetto della vita umana, ma poi questo sacro separato dal profano viene miscelato in modo oltraggioso e provocatorio. Tutto ciò ha una spiegazione: è la ideologia anticristiana che ha i suoi esponenti contemporanei in autori come la psicanalista Julia Kristeva che frequenta il Cortile dei Gentili…

I cattolici, a Milano e in Italia, taceranno?  Sulla cattedra che fu di sant’ Ambrogio siede ora un nuovo arcivescovo, Sua Eminenza Angelo Scola. Sant’Ambrogio passò alla storia per aver sfidato l’imperatore Teodosio. Perché il card. Scola non dovrebbe sfidare il nuovo Impero, quello dei media, pronto a scatenarsi contro chiunque alzi la voce contro la blasfemia? E perché il card. Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana non dovrebbe anch’egli levare la sua voce? La missione della Chiesa non è forse quella di affrontare i potenti, di sfidare il giudizio del mondo? E non reagiranno i cattolici con le armi, pacifiche, della parola e della preghiera?

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B. 

D’altra parte la reazione dei vescovi. Impacciata, timida, ambigua.

Impacciata quella di mons. Sanna, colto in flagrante da un attento interprete dei rapporti tra cattolicesimo tradizionale ed espressioni artistiche, Francesco Colafemmina.

Chi l’ha detto che la Chiesa Cattolica Italiana è muta dinanzi allo spettacolo blasfemo di Castellucci che sarà a breve messo in scena a Milano? Tutti i Vescovi tacciono, anche il Cardinal Scola. Forse temono che un loro intervento possa dispiacere all’establishment e trasformarsi in una ritorsione su ICI e 8 x mille. Ma in realtà un Vescovo che parla dello spettacolo c’è già. E’ l’Arcivescovo di Oristano, Monsignor Ignazio Sanna detto anche “il distruttore” per via della demolizione dell’antico altare della Cattedrale di Oristano.

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Il povero monsignore per lo più pecca di buonismo e imprudenza (sul vizio impolitico della pastorale nel post-concilio ritorneremo – ma è già sancito dal tramonto dell’apologetica); il suo elogio non è un elogio alla blasfemia, ma un’infelice citazione in una ancor più infelice omelia, in cui i nomi di astrusi filosofi anticlericali si affiancano a quello di Castellucci, tutti accumunati dal fatto di aver rivolto una qualche attenzione al Volto di Dio. Come mai il prelato creda conveniente nutrire i suoi fedeli con le citazioni di autori atei, nichilisti e blasfemi non so dirlo; credo sia il frutto dubbio di certo ecumenismo o forse solo un eccesso di narcisismo intellettuale.

Nella risposta all’affondo di Colafemmina, mons. Sanna scrive

Ho solo citato una frase di un’intervista all’autore, per mettere in evidenza che la ricerca di Gesù e del suo volto è presente nel cuore di tutti gli uomini, anche di quelli che vorrebbero ignorarlo o oltraggiarlo. 

E il blogger pugliese può chiosare: Intanto esultiamo: finalmente un vescovo ha condannato l’opera blasfema.

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Una condanna timida, in cui sembra che i vescovi rispondano solo per ripararsi da certi imbarazzi, e non condividano minimamente le grida di allarme che una porzione di popolo rivolge loro; quasi gli importi più dell’onore degli oltraggiatori anziché della fede messa a rischio nel loro ovile.

Timida comunque, per il fatto stesso di essere una risposta in seconda battuta. Anche la lettera che dagli Uffici della Santa Sede è stata indirizzata a padre Cavalcoli patisce questo status. A parte che su un problema ambrosiano non vedo necessità di smuovere Roma, si tratta pur sempre di una risposta strappata a forza – e questo solo dettaglio le toglie l’energia propria di una genuina iniziativa.

Sua Santità ringrazia vivamente per questo segno di spirituale vicinanza e, mentre auspica che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i Santi e i simboli religiosi riscontri la reazione ferma e composta della Comunità cristiana, illuminata e guidata dai suoi Pastori, Le augura ogni bene per il ministero e invia di cuore l’implorata Benedizione Apostolica.

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Socci ha negato che la lettera sia di pugno del papa, io non lo avevo mai creduto, ad ogni modo è inutile nello specifico caso e anacronistico nel panorama generale post-vaticano, che il papa si intrometta in fatti locali di Curia.

Ambigua la risposta venuta dalla Curia milanese, che in fondo tra Pisapia, gli imam e le Scuole della Parola non aveva proprio in mente di invischiarsi con le vischiosità di Castellucci. Ricordo che Milano è pur sempre il baluardo della Cattedra dei non credenti, frotte di ambrosiani interverrebbero a difesa del dialogo col Castellucci piuttosto che a difesa della dottrina della Riparazione. Ritengo poi che Milano stia affrontando un caso drammatico, con grosse porzioni dell’intellighenzia parrocchiale che subiscono la tentazione di gettarsi dal martinismo al mancusianesimo (per la legge del piano inclinato, i cattolici post-conciliari che si accodarono al progressismo del card. Martini oggi tendono a confluire nella visione acattolica di Vito Mancuso – di esso l’Arcivescovo emerito aveva scritto: “anche coloro che non saranno d’accordo con parecchie idee del tuo libro comprendano queste cose e ti ascoltino con attenzione”, e i suoi seguaci vanno recependo con sicumera questa perniciosa eredità spirituale).

Così dunque dalla Curia di mons. Scola:

Domandiamo che sia riconosciuta e rispettata la sensibilità di quanti cittadini milanesi, e non sono certo pochi, vedono nel Volto di Cristo l’Incarnazione di Dio, la pienezza dell’umano e la ragione della propria esistenza.

che prosegue dicendo

Proprio perché Milano è una “città che ha sempre rappresentato il pensiero illuminato, la religiosità alta, il dialogo e l`apertura”, invitiamo a considerare che la libertà di espressione, come ogni libertà, possiede sempre, oltre a quella personale, una imprescindibile valenza sociale. Questa deve essere tenuta particolarmente in conto da parte di chi dirige istituzioni di rilevanza pubblica, per evitare che un’esaltazione unilaterale della dimensione individuale della libertà di espressione conduca ad “tutti contro tutti” ideologico che divenga poi difficilmente governabile. Di questa dimensione sociale della libertà di espressione avrebbe pertanto potuto farsi carico più attentamente al momento della programmazione la direzione del Teatro.

Ambiguo questo finale, che sembra scritto da un giusnaturalista più che da un cattolico verace. Tornerò subito sotto a parlare della magra figura contrattualista degli ambrosiani. Intanto con Cascioli possiamo esprimere un’amarezza di sottobosco. Sarà immotivata e pregiudiziale, ma poco importa: il ruolo dei pastori dovrebbe essere quello di rafforzare il loro gregge, ed eventualmente compatirlo paternamente negli errori e nelle lentezze, non di deprezzare l’ingenuità del laicato e andare a inciuci con il resto del mondo.

Si deve anche notare il grande silenzio dell’episcopato italiano. Sicuramente non c’è bisogno che i vescovi intervengano su tutto, né c’è bisogno della loro continua benedizione per promuovere azioni nella società, però non si può nascondere lo stridente contrasto tra il silenzio di questi giorni e l’offensiva mediatica delle settimane scorse quando in ballo c’era la disputa sul pagamento dell’ICI. Indubbiamente fa un certo effetto vedere la CEI mobilitare tutta l’artiglieria a disposizione per difendere – con mille ragioni – l’esenzione dalla tassa sugli immobili; oppure mobilitarsi per rimettere insieme i cattolici in politica; e poi defilarsi, scomparire, quando c’è un vergognoso, pubblico, oltraggio al Volto di Gesù.

Ci saranno sicuramente delle buone ragioni, certamente ce le spiegheranno, però lascia davvero una strana, fastidiosa, sensazione.

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Questo paragrafo si chiude riconoscendo che almeno due interventi solidi si sono avuti. Certo, verrebbe da dire che anche i monsignori Negri e Caffarra siano solo l’eccezione che conferma la regola, ma secondo De Mattei (in Apologia della Tradizione) è la regola della Chiesa esser salvata da [Cristo tramite] eccezioni.

2.

Diritto di libertà e Verità dei diritti

La libertà di espressione, come ogni libertà, possiede sempre, oltre a quella personale, una imprescindibile valenza sociale.

Ambiguità, dicevo. Eh sì, perché nel comunicato della massima diocesi lombarda rimane completamente nascosta la dimensione veritativa della libertà. Forse non si può dire ai gestori di un Teatro che devono rispettare il vero, in vista del quale ci è affidata la libertà. Ma allora noi come Chiesa, che ci stiamo a fare? Se dobbiamo vergognarci di dire le cose nostre, e ci limitiamo a fare il verso all’autorità cittadina (per quanto questa sia decisamente insufficiente al suo ruolo), che ne resta di noi in quanto cattolici? Cosa abbiamo ancora da dare al mondo, ai giovani, al futuro? Non voglio muovere guerra a Milano. Ma non rinuncio a riflettere su una situazione esemplare.

A mio avviso qui si tocca l’eco penosa della discussa libertà di religione di cui nella Dignitatis Humanae. Testo dibattuto, che Introvigne ha cercato più volte di difendere, ma la cui validità mi pare davvero appesa a una cordata di tecnicismi molto colti, tali da sfuggire di fatto al grosso dei fedeli e del basso clero. Il punctum dolens non lo situo in mitiche rivoluzioni conciliari, ma nella assoluta precarietà della categoria di diritto, vera e propria espressione di quella modernità anti-cristiana e nichilista di cui scrisse Del Noce. Sento sempre più urgente il dovere di ripudiare la difesa dei diritti – siano quello di religione o altri – con annessi e connessi. Ripudiare i diritti dell’uomo: non ripudiare l’uomo. Perché gli annessi e connessi del discorso sui diritti sono i fondamenti del diritto moderno: individualista, pretenzioso, arbitrario, indefinibile, predatore.

Continuare a parlare di diritti, significa esser sempre in posizione di svantaggio sulla società, tenuti in scacco dai suoi doppio giochi e dai suoi ricatti.

Nell’attesa che gli intellettuali cattolici si approprino non solo del pensiero moderno variamente battezzato, ma di un pensiero proprio e sano sull’uomo e sul sociale, forse sarebbe bastato tacere della questione dei diritti, o darle meno peso.

La verità, per tagliare la testa al toro, è che tra i cattolici serpeggia e anzi troneggia l’ideologia moderna dei diritti. Ognuno pensa di avere diritti, di parlare, di scrivere, di fare e disfare a piacere: dalla anarchia liturgica, al far-west bioetico, all’edonismo sessuale alle rivendicazioni dei gender; tutto può essere preteso di diritto, eccezion fatta per il diritto di Dio,la Sualegge naturale, la possibilità di castigare le infrazioni oggettive dell’umanità.

Purtroppo sul tema o si schierano i tradizionalisti con le vecchie maniere, oppure sembra che nessuno abbia il coraggio e l’intelligenza di pronunciarsi. Finora. Castellucci ci ha ricordato anche  questo.

3.

Idealismo catto-gnostico di rigurgito

Un intervento dal sapore molto moderno è quello di Antonio Socci. Se è concessa la malizia – che a suo modo agisce in difesa della professionalità del Nostro – viene da credere che Socci volesse farsi pubblicità, montando un po’ in extremis su un carro già in corsa.

Ora, io non sostengo a priori la scelta di manifestare contro Castellucci, essa si lega a certi movimenti e segna un fatto significativo quanto – per ora – unico e isolato, essa chiede di esser compresa attraverso prospettive ben delineate (di cui al §6). Non condivido in tutto, anche se mi ammaliano, i toni trascinatori di De Mattei, di Messainlatino e dei loro associati. Dico che ad essi si poteva controbattere in molti modi. Le risposte apparse sulla Bussola ne danno un esempio.

Quello di Socci è stato un modo sgarbato ed… ermetico (diciamo così, per bon ton). Il giornalista senese ha accusato a braccio teso la manifestazione dei cattolici assurgendo a ruolo di cattolico esemplare; ha difesola Santa Sede ponendosi come novello ermeneuta della medesima; ha denunciato il flop dei tradizionalisti, la figuraccia e la spaccatura che avrebbero prodotto, e nel farlo ha aumentato la spaccatura, e ha conquistato per sé un flop e una figuraccia da Oscar. Il tutto in nome di un pregiudizio indimostrabile: Castellucci sta cercando veramente Dio, i movimenti cattolici invece si preoccupano solo di galateo.

Cerco di capire le ragioni buone di Socci, ma non ci riesco. Il massimo che posso dire è che, dietro alle ricostruzioni mistiche di Castellucci ad opera di Socci, mi riesce di scorgere tanto del pensiero di Socci e poco di Castellucci.

La difesa pseudo-teologica della merda, ne è un buon esempio.

Continuo a ricevere per mail la registrazione di una intervista a Castellucci in cui costui, con parole estreme e certo da artista, non da teologo, da uomo in ricerca, non da cristiano, dice il suo desiderio di stabilire un ponte fra l’escatologico e lo scatologico, cioè fra la luce di Dio e la merda della condizione umana. 

Molti – avendo scambiato il cristianesimo per un galateo di buone maniere – ne traggono scandalo. Io vorrei far notare che quel ponte non deve costruirlo Castellucci, perché lo ha già fatto Dio con l’Incarnazione. 

Meditiamo su quella che la teologia chiama kenosi: non solo l’Onnipotente ha “annientato” se stesso facendosi uomo, cioè carne, fango, ma – come dicevo ieri a Tornielli – ha deciso di voler nascere in una stalla, presumibilmente nel mezzo alla merda di animali (non in una profumata casa di benpensanti) e ha deciso di voler morire coperto di sputi e di sangue, macellato come una bestia, come un agnello sacrificale. 

E’ Lui che ha voluto SPORCARSI con tutto ciò che l’uomo è, con tutta la sua miseria, con tutto il fango della sua condizione, eccetto il peccato!!!!

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L’esegesi socciana cade su un fatto. Maria, una volta partorito Gesù, non credo proprio l’abbia immerso nella merda della stalla; credo anzi abbia fatto di tutto per pulirlo e metterlo a suo agio il più possibile. Men che meno mi risulta che Maria abbia tirato merda in faccia a Gesù. Gli sputi sono arrivati qualche decennio dopo dai soldati e dai farisei, e non in un momento a caso, ma allo scoccare della sua “ora” (in merito si veda la Sinossidei vangeli della Passione, e tutto san Giovanni): Gesù insomma non se ne è sottratto in toto, ma mi è difficile giustificare teologicamente che li abbia voluti (Gesù voleva il peccato degli uomini al fine di poterli redimere? Quale dottrina è mai questa! Addio teodicea, siamo nel peggior hegelismo da bettola anticlericale).

Bisogna guardarsi dal fare troppo ingenue moraline. E’ d’uopo distinguere tra la scelta di Dio verso la materia per raggiungere l’uomo, e la scelta degli uomini nell’usare la materia per esprimere il loro rapporto con Dio: la scelta di Dio non svilisce e non annulla la responsabilità umana; l’amore di Cristo usque ad mortem non implica salvezza automatica per i suoi crocifissori, bensì illustra la dosponibilità a salvare anche loro. Quanto alla merda, è vero che non è in se stessa un male (i cattolici difendono la bontà della Materia), ma conviene distinguere il valore della materia in sé dalle interpretazioni che ne diamo, tali da poter sovvertire anche le cose più evidentemente sane e belle nella materialità: se per ipotesi si può vedere la preghiera nella merda, di fatto Cristo è stato tradito da un “amico” con un semplice bacio, forse anche solo con una carezza. Sulle intenzioni di Catellucci, ricostruiremo più sotto. Sulla vacuità teologica di Socci, meglio tacere. A beneficio di inventario: la pedante sintesi di cui sopra non è ispirata all’adusto Tommaso, ma all’antropologia modernista di Von Balthasar.

Quanto alla fatwa anti-cattolica di Socci: la protesta contro Castellucci è anzitutto una protesta contro uno scandalo pubblico, e non un processo a un singolo uomo. Qui abita tutta la differenza tra psicologia e società, morale e politica, carisma e istituzione.

E poi, come sapere se la conversione di un peccatore incallito debba arrivargli dal nostro sguardo misericordioso (noi non siamo Cristo – salvo ammiccamenti a Panikkar), o non piuttosto da un fermo rimprovero? E ancora, se non ci fosse stato lo scompiglio dei manifestanti, quanti di noi si sarebbero autonomamente mossi per portare a Romeo la misericordia del Nazareno? E di nuovo, fino a che punto la ricerca di un uomo può permettersi di seminare scandali sociali, restando impunita?

Non trovo risposta negli affondi impetuosi di un Socci che abitualmente amo, proprio perché solitario, coraggioso e impetuoso. Quello che sostengo è che Socci in questo caso ci lasci impantanati – in ogni senso – nelle lagune del soggettivismo; dove l’appello alla misericordia è frequente, non però come atto di carità fraterna genuina, ma perché lì è impossibile ricorrere a qualsiasi altro appiglio: ragionevolezza, oggettività, responsabilità, etc.

Che poi Socci, da sempre libero nell’infamare la memoria del censore catto-comunista Martini, si schieri in una battaglia così sapidamente martiniana: fa sorridere.

Infine la difesa ad oltranza del anti-teo-estetismo di Castellucci può essere agilmente smontata da un qualsiasi esperto d’arte, appena appena onesto. E’ quanto fatto da Alzek Misheff:

Per quanto riguarda il cittadino Castellucci, non c’è alcun bisogno di sapere cosa intende fare, o andare a vedere le cose che ha fatto. Lui, come uomo non è mai nato né vissuto, né adesso nel suo tempo, né dopo. Perché non rispetta la bellezza e l’uomo che non rispetta la bellezza non è tale, perché la bellezza è la dimensione dell’umano. Lui esiste come altra entità che nella modernità,o se si vuole nella postmodernità, si chiama “uomo di cultura” e di mestiere fa il regista.

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I toni di Misheff parranno forse troppo emotivi e soggettivi, un giudizio de gustibus. Appunto questo è il problema dello schieramento di Socci, è così soggettivo e inverificabile, che per certi aspetti può essere tanto vero quanto falso. A noi altri conviene risparmiarci il miope ruolo di salvatori improvvisati e cercare indici di giudizio più modesti ma più fermi.

4.

Revanscismo gnostico e ipo-strategie cattoliche

 Uno snodo risolutivo alla contesa tra soggettivismo e oggettivismo viene dalla testimonianza di Jean Clair, il quale scrive in contrasto a Fabrice Hadjadj, un filosofo attivo nella cerchia di mons. Ravasi (sul quale mi pronuncerò verso fine articolo).

L’opinione del filosofo francese Fabrice Hadjadj («ebreo di nome arabo e di confessione cattolica», come lui stesso si definisce) a proposito della «cristianofobia» («Le Figaro» del 26 novembre) ci lascia perplessi. Se vogliamo riassumere:

La cristianofobia è legittima quando viene da un non cristiano. Un cristiano non può denunciare la cristianofobia senza correre il rischio che tale denuncia si ritorca contro la stessa arte cristiana. Se la cristianofobia si esprime attraverso la figura del Cristo crocifisso, dovrei staccare dalle mie pareti quell’immagine che raffigura il «supplizio dei malfattori»?

Questi argomenti, simili, se non a un elogio, a una difesa della cristianofobia in un momento in cui le minoranze cristiane, dall’Egitto all’Indonesia, dalla Turchia al Kosovo, sono spesso perseguitate e i loro luoghi di culto distrutti, hanno qualcosa di urtante.

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Ora, credo che qui traspaia la differenza tra un’ideologia (difesa assoluta di idee personali più o meno organizzate) e una osservazione saggia e prudente dei fatti. L’ideologia è pericolosa, sia essa di destra o sinistra, religiosa o atea, interventista o pacifista. Gli intellettuali solitari e fondamentalmente egoisti possono permettersi il lusso di sproloquiare a vanvera, preoccupati solo della loro bella figura. In questa atmosfera tutto è difendibile: dall’eccidio cristiano ai liquami sul Volto di Gesù. La gente che vive il quotidiano ci ridona il polso reale della situazione. Un salto da idealismo a realismo. E’ il senso di una curiosità un po’ trascurata, ma che Roberto Manfredini ha ripescato per noi:

Questo spiega anche perché a dar manforte alle proteste non c’erano lefebvriani o sedevacantisti, ma copti egiziani! Loro sì che sanno bene cos’è la cristianofobia (alla faccia di quel trichecone di Pigi Battista). E forse un giorno ci aiuteranno a riscoprire quella sacralità che abbiamo ricoperto di merda.

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Ossessionati dalla realtà. Non so se sia complimento o accusa, ma lo rivolgo ai movimenti tradizionali e tradizionalisti presenti alle proteste, presenti accanto ai copti.

Il tradizionalismo ha una grave pecca, sente con molta forza quanto sia urtante l’elogio del mondo e il plauso facile agli “uomini in ricerca”, in un’epoca che vede il dilaniamento della Chiesa, il tracollo dell’ordine, la confusione nella dottrina, l’abuso sistematico in liturgia, e via dicendo. Il tradizionalismo pecca per eccesso, ma ha ben chiara la posta in gioco. E cerca di descriverne e ostacolarne registi e strategie.

Sotto il nome di Gnosi si può riassumere la forza del perenne avversario cristiano, espostosi più di recente nelle forme della Rivoluzione, ma sostanzialmente invariato nel carattere offensivo, prossimo, adescante, ipocrita, esiziale.

La moda buonista di salvare il singolo uomo e le sue pure intenzioni (con l’esito ridicolo di scambiare il divieto di giudicare in modo definitivo al di fuori di Cristo, con un’esortazione a giudicare bene chiunque e comunque purché si tratti di un libero battitore) ha fatto tramontare non solo l’Inquisizione – che si può e si deve opportunamente circoscrivere a precisi periodi storico-culturali – ma la stessa difesa del ‘vero’ cattolico. Ne è nata una corsa a chi è più accogliente e vago. Pastori e dotti fanno dei gran figuroni nei salotti bene, e ottengono genetliaci invidiabili nelle colonne delle enciclopedie di questo mondo; la povera gente perde ogni senso obiettivo cui aggrapparsi e naufraga tra le seduzioni del relativismo.

Stona alle orecchie confuse ma accarezzate (e non sempre è la carezza del Nazareno) riscoprire analisi puntigliose e riscontri bene argomentati contro il Male. Però è proprio quello che serve.

La denuncia oggettiva delle oscenità di Castellucci può essere allora realizzata indicando i riferimenti problematici, derivati da precise prospettive filosofiche, precisamente incompatibili col cattolicesimo. Variamente gnostiche. Così Massimo Introvigne:

Le giustificazioni di Castellucci – anche prendendole per buone, benché rimanga forte il sospetto che oggi la provocazione serva soprattutto a «vendere» uno spettacolo e ad attirare l’attenzione – richiamano però equivoci tipici della produzione artistica moderna. Il primo è che il brutto, il ripugnante, lo schifoso abbiano un effetto catartico e possano suscitare reazioni liberatorie o risposte positive: una posizione teorizzata dal filosofo francese Georges Bataille (1897-1962) proprio con riferimento agli escrementi. Ma questa posizione è falsa, e si lega in Bataille a un primato della morte e del disfacimento sulla vita che sembra emergere anche nell’opera di Castellucci. Come insegna anche il Magistero della Chiesa, l’uomo aspira al bello – che è una porta per accedere al vero e al buono – e la sua normale reazione al brutto e al ripugnante non ha nulla di positivo. Incontrando gli artisti, il 21 novembre 2009, Benedetto XVI ha messo in guardia dagli effetti profondamente negativi di produzioni artistiche che assumono «i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa».

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Samuele Maniscalco dobbiamo la illustrazione delle radici gnostiche di Castellucci. La differenza tra l’affinità al filosofo Bataille e l’adesione allo gnosticismo estetico di Artaud aiuta a spostare il registro dalla teoria alla pratica. Apertis verbis: sì, il teatro di Castellucci è preghiera, perché animato non da mere ideologie bensì ispirato a spiritualità robuste. Peccato si tratti di spiritualità anticattoliche e luciferine.

La storia di Dio che crea amorevolmente l’universo, dopodiché l’uomo che commette il peccato originale e viene perciò espulso dal Giardino dell’Eden, è ben nota. Meno nota, invece, è la versione mistica giudaico-cristiana che troviamo nello Gnosticismo, nella Cabala e nella filosofia Rosacroce. È questa la versione che Castellucci ci presenta, per mezzo di suoni, di performance fisiche e di spettacolari effetti visuali. Castellucci attinge alle stesse tradizioni [gnostiche] che hanno ispirato artisti come Baudelaire, Antonin Artaud, Peter Brook. […]

In questa versione più tenebrosa della Genesi, l’atto creativo non è frutto dell’amore, ma di un terribile errore. La Cabala, per esempio, parla di come l’universo sia stato creato quando i vasi sacri che portavano la Parola di Dio sono caduti e si sono frantumati in milioni di pezzi imperfetti. L’atto della creazione è stato dunque una trasgressione violenta contro le leggi dell’universo. In questa ottica, tutta la Creazione contiene in sé il caos agitato di un proto-universo precedente all’atto creativo. Non è l’Amore che regna nell’universo, ma la Crudeltà. Non è l’uomo ad aver peccato, ma Dio. Tutta l’arte e il teatro di Castellucci costituiscono una storia che racconta questo atto iniziale di violenza primordiale”.

Ed è proprio questa crudeltà fondamentale, attribuibile all’errore di Dio, che dà il nome alla scuola fondata da Antonin Artaud, mentore di Romeo Castellucci: Teatro della crudeltà…

 ***

L’arte contiene, in questo modo, il mistero del Male già nel suo nucleo originale. D’altronde, il Male è anche l’aspetto più radicale della libertà che Dio ha concesso a tutti gli esseri. Lucifero vive nella sua condanna che è, appunto, la zona del non-essere. Per tornare allo stato di essere, Lucifero è costretto ad assumere le sembianze di qualcun altro, la voce di qualcun altro. L’arte diventa necessaria quando non si è più in Paradiso. In questo senso, l’unica persona che potrebbe reggere l’atto di ripetere le parole di Dio, e ancor più nella loro lingua originale ebraica, è Lucifero.

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Con Piero Vassallo si ha la chiusura del cerchio in termini socio-politici. Le filosofie coprologiche di Bataille e la ritualità gnostica soggiacente l’estro artaudiano si incontrano sul panorama consenziente della crisi finanziaria e dell’epoca nuova da essa inaugurata.

E’ la fine delle utopie cavalcate dalla Rivoluzione e generate da precedenti istanze gnostiche.

E’ il lento emergere in superficie di una corruzione che ha roso negli ultimi secoli l’anima dell’umanità e ora sta per mostrare il suo vero volto. L’arte, ma anche solo la storiografia (cf. A. Giovagnoli, Storia e Globalizzazione) sono sempre a servizio di committenze. La fortuna di un prodotto artistico escrementizio celebra realmente il darsi di una situazione socio-culturale profondamente mutata, marcita. Conoscerla e riconoscerla sarà essenziale alla sopravvivenza del cattolicesimo autentico, e quindi dell’umanità.

I cattolici non possono insorgere contro il qualunque carrettiere che bestemmia. Il fatto è che Castellucci non rappresenta la figura quasi patetica del carrettiere ubriaco, ma la punta di un iceberg di vasta e rovinosa dimensione. Il teatro di Castellucci è la cassa di risonanza dei pensieri malsani che abitano nel salotto alto e nella sublime banca. La sua oscena e stupida commedia non è altro che

un paravento alzato per incrementare la rassegnazione al disordine in atto nella spaventosa e delinquenziale scena allestita dalla finanza iniziatica. Non reagire e non protestare significherebbe nascondere la mostruosità del pensiero a monte del teatro Parenti.

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Qui probabilmente si gioca la gravità dei meccanismi in atto; su questo conviene che gli intellettuali militanti cattolici e gli umanisti si impegnino senza troppe remore e senza creare ulteriori divisioni. Tutto ciò ben sapendo che, alla fin fine, per la maggior parte degli interessati è stata solo una questione di soldi.

Ai lettori il giudicare. Suggeriamo una chiave: lo scandalo, l’ambiguità espressiva, l’insistenza sui simboli di una religione che, a differenza di altre, porge l’altra guancia sono mezzi utilissimi, anche se frusti, per portare la gente in teatro e pagare gli stipendi a chi non si rassegna a guadagnarsi il pane senza rompere le scatole al prossimo.

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Già, come per Giuda.

Per il resto la storia di Castellucci in sé e per sé può anche finire in panchina, sia perché

Disquisire sulla merda non è la mia preoccupazione principale, anche se so che l’argomento ha appassionato molti da diversi punti di vista: artistico (Piero Manzoni), letterario (Rabelais), filosofico (Artaud), persino gastronomico (Mario Mieli).

Non è consigliabile addentrarsi in questi argomenti, perché c’è il rischio di rimanere inzaccherati.

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sia perché il punto lo metterà a suo tempo Nostro Signore, come suggerisce la prontissima nota di mons. Caffarra, la cui diocesi è stata in questo periodo interessata dal passaggio del triste teatro.

Come credenti nel vedere inserito il Volto Santo – il quale gli angeli desiderano guardare – in uno spettacolo indegno, offensivo, e obiettivamente blasfemo e sacrilego. Sacrilegio è anche trattare indegnamente i simboli sacri, così come la bestemmia si estende anche alle sante immagini. Vengono a mente le parole della Scrittura: «poiché hanno odiato la sapienza e non hanno amato il timore del Signore […] mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro decisioni» [Pr 1,29.31].

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5.

Riparare la riparazione. Impreparati

Sono sicuro che i buoni fedeli di Casalecchio in unione coi loro pastori sapranno reagire in modo fermo e composto. Chiedo ai parroci di Casalecchio di fare, dopo la celebrazione delle sante Messe feriali di venerdì e sabato, una preghiera di riparazione, nella forma e modo che riterranno più opportuno. Non escludano eventualmente la celebrazione della S. Messa «per la remissione dei peccati». E che Dio abbia pietà di noi!

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E lo stesso mons. Caffarra con semplicità e verità ci riporta al cuore del tema e alle battute conclusive di questa mia maratona-mosaico. Urge riparare. Sì, perché la citazione biblica, dal ‘sapore’ ironico e pungente – mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro decisioni – diviene agghiacciante quando si pensi che le conseguenze sociali e spirituali delle feci di Castellucci potrebbero toccare molti di noi, e non lui solo; questo è tanto più vero quanto più restiamo conniventi con lo scandalo dell’autore.

Il Cardinale di Bologna non chiede grosse mobilitazioni; chiede la preghiera al termine della messa, e qualche cerimonia di riparazione. Chiede di prendere consapevolezza della gravità e di opporvisi col miglior gesto del cristiano: la supplica riparatrice.

Il famigerato sacerdozio comune dei fedeli (LG10), sbucato in modo un po’ traumatico nella temperie del Concilio, alla fin fine ci ritrova concordi nella vecchia dottrina sulla Riparazione. Proprio perché il nostro non è un concetto pagano di sacerdozio e di divinità, non servono i sacrifici commissionati al tempio. Proprio perché il nostro è un concetto cristiano di sacerdozio e di divinità, i cristiani devono assumersi l’onere di combattere gli scandali e le blasfemie, di opporvisi offrendo il proprio culto esistenziale, chiedendo che i loro pastori in persona Christi invochino con devozione e amore lo Spirito purificatore sulla Chiesa per il mondo.

Non esagero se dico che la baraonda Castellucci è stata per molti l’occasione di rinfrescare la comprensione della dottrina sulla Riparazione. Ricordo i discorsi del papa nel suo viaggio a Fatima (Santa Messa sulla Spianata del Santuario di Nostra Signora di Fatima – Omelia, del 13-5-2010):

Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: “Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?

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Troppo a lungo il sacerdozio comune è stato abusato e inteso minimalisticamente; al contrario esso avrebbe dovuto esortare il laicato a una partecipatio più actuosa dentro e fuori le celebrazioni liturgiche. Lo stesso dicasi per la santa Messa, il cui valore sacrificale andava compreso nel più ampio contesto teologico della communio e ne è rimasto invece soffocato, con scacco matto alla communio stessa. I lettori che mi conoscono notano in queste righe come stia frenando tutti i miei istinti anti-conciliaristi. Li freno perché per una volta non servono, non servivano, non sarebbero serviti. Anziché tanti strali contro le imprudenze dei Padri conciliari, quanto più bene avrebbe fatto rendere compattamente la nostra bella testimonianza per un rinvigorimento del valore sacrificale della Messa e del carattere riparatorio a quella annesso.

Occasione relativamente sprecata. Almeno in diocesi ambrosiana.

6.

A chi fa comodo Castellucci

Concludo con due osservazioni. Una sui gruppi tradizionali coinvolti nella protesta. Una sull’apatia del cattolicesimo che non si è lasciato coinvolgere.

Partiamo da quest’ultima schiera. Ad essa lancio 4 provocazioni, 2 generiche e 2 specifiche.

Anzitutto ripenso alla moda non tramontata di cattolici dissidenti (a sinistra) che amano gettar fango su Roma e sulla tradizione, sui suoi simboli e sulle sue scelte; quindi mi viene da credere che quei cattolici non protesteranno mai contro Castellucci, per il semplice fatto che Castellucci si comporta come loro. Solo che ha il coraggio di esporsi radicalmente, ha l’abilità di esprimersi tramite affermate compagnie tratrali, e ha il fiuto per far cassa nel contempo.

In seconda battuta lascia perplessi il disinteresse di pressoché tutte le grosse associazioni/movimenti cattolici (esclusa Militia Christi). Nei giorni della protesta ho provato a svolgere un sondaggio (minimal) privato tra i giovani di CL e RnS che conosco, e di Castellucci semplicemente non sapevano nulla. Cattiva volontà? Forse solo la testimonianza che, come detto prima, non siamo preparati a riparare.

Nello specifico l’esperienza del Cortile dei gentili in cui mons. Ravasi tratta con il cristianofobofilo Hadjadj e con l’anti-umanista Julia Kristeva (invitata fin all’incontro di Assisi 2011) crea un ostacolo interno alla Chiesa. E’ addirittura un ostacolo interno alla Santa Sede (per questo il papa non può assolutamente intervenire di suo pugno contro Castellucci, prima dovrebbe contestare le scelte dialogiche di mons. Ravasi verso la Kristeva). Se Roma accetta di parlare con gli apologeti della cristianofobia e della minzione, come potrà seccamente denunciarne i colleghi a teatro? L’opzione ottimistica ereditata dal beato Giovanni XXIII fa sentire i suoi limiti scricchiolanti, quando raccolta in modo ingenuo.

Altro incentivo: il Vatican Blog Meeting riunito l’anno scorso a Roma, tra i quali si segnala il sito Avant la guerrericco di volgarità e crudezze, tali da far impallidire il buon Romeo Castellucci. Cosicché non ci stupiamo molto se qualcuno in casa cattolica si sente autorizzato a far il salto dal blog coproista di Leonardo allo spettacolo coprologico di Romeo.

Quanto ai gruppi tradizionali un dato, un merito, un compito.

Il dato è che le proteste di piazza non hanno funzionato come si sperava. Si sperava andasse come in Francia, ma così non è stato. Può darsi sia colpa dello obstat curiale, o del menefreghismo dei grandi movimenti, ma forse non solo.

Il merito è aver iniziato a dare visibilità alla Tradizione in Italia, passando dal kulturkmapf edito Lindau, a una visibilità di piazza; dalla lamentela di minoranza all’espressione autorevole di una degna rappresentanza.

Il compito è far sì che questo movimento non muoia come fuoco di paglia, bensì segni l’inizio di una ripresa di cui l’Italia e la Chiesa necessitano. Altrimenti ostaggio di masse caciarone e di solitari parolai.

Qui vedo il carattere di evento. Castellucci ha fornito l’occasione perché i cattolici tradizionali si riaffacciassero sulla scena pubblica. Il vero teatro – nel senso nobile del termine – era fuori dal Parenti, non dentro.

La storia dirà se quell’evento ci parla di una scintilla fortuita o di una rinascita necessaria. Come ogni evento storico, la sua parabola non si svolgerà casualmente, ma dipenderà molto dalla cooperazione dei protagonisti, degli uomini, dalle loro convinzioni, equilibri, strategie e impegno. In questa direzione non posso se non auspicare un riavvicinamento di vero e veritativo dialogo tra le parti coinvolte. Non alludo al benedetto Preambolo tra Santa Sede e FSPX, non solo. Bensì alla sinergia tra intellettuali di aree più o meno distanti, in difesa della Verità più che del proprio territorio, e alla collaborazione tra Movimenti. E che tale sinergia sappia tradursi in azioni concrete, non in mere produzioni libresche.

Se le masse cattoliche continueranno a muoversi solo per orientamenti faziosi, o al massimo per cedere al compromesso con il laicismo, il cattolicesimo patirà senza tregua.

Se la Tradizione continuerà a vivere di numeri esigui, la sua portata effettiva non riuscirà mai a decollare.

Il momento è cruciale, a mio avviso. Che il Crocifisso ci assista, e freni i castighi da noi meritati.


One Reply to “Castellucci e cattolicucci (versione integrale)”

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