Il meglio è sempre Cattolico. Anche il jazz.

Posted on 21 giugno 2012


New Orleans, come spiegato nel libro, fa parte di una cultura caraibica e non statunitense. Era una colonia spagnola, cattolica, non aveva nulla a che vedere con il mondo anglosassone delle colonie orientali.

Con questa notizia, strappata a Stefano Zenni in un’intervista su Musica Jazz di Maggio – e relativa al recente Storia del jazz: una prospettiva globale (Stampa Alternativa, Viterbo 2012) – supero definitivamente il mio senso di colpa in quanto catto-tradizionalista&filo-jazzista.

In realtà la lezione del critico musicale combacia con lo studio di Rodney Stark (A gloria di Dio, Lindau) in cui lo specifico delle differenze tra colonie cattoliche e puritane viene visto nella peculiarità dei codici che normavano il trattamento degli schiavi. Quelli della francese Louisiana erano più miti degli altri nord-americani (ma meno miti di quelli spagnoli… pare che anche per questo l’abolizionismo latino-americano si sia svegliato tardi), e soprattutto permettevano un affrancamento dalla schivitù e un’ascesa sociale (e quindi culturale) inimmaginabile altrove.

A questo punto il discorso apologetico fazioso va svolto così: il jazz in quanto fenomeno culturale di valore dipende dal milieu cattolico della Louisiana; il jazz come veicolo di imbarbarimento della società bianca dipende dall’uso strumentale che ne fece l’elite pre-mondialista dei soliti noti (M. E. Jones, Il ritorno di Dioniso, Effedieffe).

Fuor di battuta, non stupisce che la cultura fiorisca laddove ci sia l’ambiente più favorevole all’uomo. Cioè dove Cristo è tutelato e presentato nella sua verità – per quanto ci è possibile…