Catari, Cardini, Meschini. Welby, De Monticelli, Betori.

Posted on 2 aprile 2013


In un vecchio articolo – invero lungo e verboso, che di recente ho provveduto a emendare – partivo dalla domanda di due storici, Cardini e Meschini, per interrogarmi sul concetto cattolico di Inquisizione in riferimento a una teologia della storia, e di conseguenza sul rapporto tra singolo e collettivo.

L’Inquisizione nel tempo si è arrogata il diritto di intervenire sulla vita di singoli o gruppi minoritari (rispetto all’orientamento dominante della società cristiana), in un modo che oggi sembra superato.

Le dichiarazioni conciliari sulla libertà di coscienza e l’inclusione cattolica dei diritti dell’Uomo sembravano aver rivoluzionato in modo discontinuo il rapporto con la custodia della verità di impianto tradizionale.

E’ così?

Le “dimissioni” – esse pure non molto recenti – di Roberta De Monticelli mi rasserenano: mutatis mutandis, la Catholica non smette di essere pungolo per gli uomini di questo tempo. La verità di Cristo e della Sua Chiesa, sebbene incarnata e aggiornata secondo le forme ricettive della post-modernità, non ha calato le braghe di fronte al superomismo (in senso lato) predicato dal Mondo (cioè le tenebre del prologo giovanneo).

Così la De Monticelli, in nome di un valore assoluto del singolo, si discosta per protesta dalle forti parole di Betori:

La dichiarazione, riportata oggi su “Repubblica”, di mons. Betori, segretario uscente della Cei, e “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”, secondo la quale, per quanto riguarda la fine della propria vita, alla volontà del malato va prestata attenzione, ma “la decisione non deve spettare alla persona”, è davvero di quelle che non possono più essere né ignorate né, purtroppo, intese diversamente da quello che nella loro cruda chiarezza dicono.
E allora ecco: questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l’umiliazione del non esser più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato. Sì, anche di affermare con fierezza la propria dignità, anche per quando non si potrà più farlo. È la possibilità di questa scelta che carica di valore la scelta contraria, quella dell’umiltà e dell’abbandono in altre mani.
Ma siamo più chiari: quella che Betori nega è la libertà ultima di essere una persona, perché una persona, sant’Ago-stino ci insegna, è responsabile ultima della propria morte, come lo è della propria vita. Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa?

Ci sarà tempo per interpretazioni e chiarimenti. Per ora mi limito a rimandare – perché lì vedo il senso risolutivo della querelle – alla mia recente carrellata sul Grande Inquisitore (che inizia proprio da alcune righe della filosofa milanese).

Posted in: filosofia, katechon