Se il Papa danzasse

Posted on 23 aprile 2013


Pubblicato su Campari e De Maistre lo scorso 16 Aprile

IL GESUITA DANZANTE

Poche settimane fa segnalavo con toni inquietanti le performances di un ballerino indiano, che piroettava sensualmente sul presbiterio di una chiesa. Ho vagamente temuto fosse un’ode a Shiva. Poi ho scoperto che si trattava di un gesuita, fratel Saju George Moolmamthuruthil.


L’opzione di fratel Saju non può che lasciarmi basito e scettico. Col sigaro a mezz’asta.

Anche perché, stando alle sue stesse parole, la danza indiana è “parte” della “cultura dell’induismo”. Cosicché, pur ammettendo che essa sia “sempre elevata verso il divino”, non è davvero così scontato che questa tensione al divino possa venire automaticamente equiparata a quella cristiana. Checché ne dica il frate.

Ciononostante va riconosciuto uno sforzo notevole al nostro gesuita, che insiste sul fatto che si dia un rapporto tra “corpo e anima” nella danza, tale da produrre “pace” e “gioia” capaci di mettere in rapporto con “Dio”.

Ma a destare in me una complice curiosità non è la pletora di buone intenzioni più o meno sincretiste.

Non è nemmeno il suo zelo nell’inventarsi delle forme e dei gesti che esprimano in modo esplicito il riferimento al credo cristiano – per esempio per il fatto di mimare la colomba o il fuoco dello Spirito Santo -.

Mi piace piuttosto che fratel Saju insista sulla legalità che attraversa la danza indiana, così da affermare che in questa c’è una “grammatica”, per cui “ogni gesto delle mani ha un significato”.

Di questi tempi tutto fa brodo.

Per cui, trovare un gesuita che riconosca l’importanza del corpo, dei gesti, delle musiche e degli abiti al fine di esprimere la tensione al divino all’interno di una specifica cultura tradizionale è – a mio modesto avviso – di buon auspicio.

Ora attendiamo solo che ottenga un’udienza privata col suo più noto e meno ‘artistico’ confratello e il gioco è fatto.

O no?