Harlem shake: genesi e apocalisse (I)

Parliamo di Harlem Shake.

Harlem Shake è un ballo, anzi una danza. Non una danza a caso, ma uno di quei prodotti tutti particolari che hanno visto la luce nei sobborghi afroamericani, quali sintesi di stile e cultura, di ideali e comunicazione, di aggregazione e originalità.

Nasce negli anni ottanta, ma viene alla ribalta col video “Let’s get it” di G. Dep.

G. Dep è l’abbreviazione di Ghetto Dipendente, nome in arte di Trevell Coleman, un nativo del quartiere di Harlem, che sta ora scontando una pena di 15 anni nel George Motchan Detention Center in Rikers Island per omicidio, pena che lui vive come un tentativo di “get things right between himself and God” (come ha lui stesso dichiarato al mensile musicale “The Billboard”). Ovviamente tra Harlem e Rikers Island ci dobbiamo mettere un paio di dozzine di fermi per furto, droga e simili scaramucce (pare che dal 2003 in poi se ne contino 25).

[trovate QUI una video intervista a Coleman]

Insomma un ritratto perfetto di un perfetto uomo di Harlem, il più adeguato a diffondere un nuovo stile di danza e di vita di Harlem, l’Harlem Shake appunto. Esibizione improvvisata, basata su un repertorio di figure corporee standardizzate, vagamente simile alla street dance (il paragone vale solo per i profani del genere, come il sottoscritto), legata al mondo del rap e derivati.

Fosse tutto qui il fenomeno, sarebbe anche facile spenderci due parole. Lo farei ovviamente riferendomi agli studi di Michael E. Jones, intellettuale del cattolicesimo intransigente americano, che considera lo sviluppo musicale americano – dal jazz al rock fino al rap e alle propaggini più recenti, probabilmente harlem shake incluso – come lo strumento di comunicazione attraverso cui i valori della Rivoluzione sono stati istillati nelle masse popolari (dopo l’insuccesso dell’intellettualismo letterario nietzscheano e dell’elitarismo musicale schoenberghiano). Secolarismo, degenerazione morale, dissesto della famiglia, perversione sessuale, e chi più ne ha più ne metta: tutto questo non avrebbe raggiunto tanto radicalmente e tanto velocemente le masse, incubate da secoli di tradizioni caste e svezzate da ritmi culturali lenti e severi, se la musica – abbandonata la sua classica funzione nobilitatrice – non li avesse corrotti fino al midollo. Di questo e di altro si parla in “Il ritorno di Dioniso” (Effedieffe 2009).