Dante era eretico?

Continua a tirare alla grande il pacco melenso delle dietrologie dantesche. Come se, a banalizzare, scimmiottare e semplificare Dante gli rendessimo o ci rendessimo un qualsivoglia favore.

Non è così. Dante è palloso e pesante – questa la diagnosi impietosa del lettore medio italiano e non. Perciò molti lo comprano e pochi lo leggono. Dante è sommo poeta e portatore di densissimi messaggi cristiani, di quel cristianesimo costantiniano e metafisico, escatologico e ierocratico che oggi dispiace anzitutto ai preti. Va tenuto così, come tutti i prodotti di qualità nostrana: prendere o lasciare.

Lasciano perplessi i tentativi di commercializzare il prodotto, buoni al massimo a ottenere l’effetto carnascialesco in stile Rondò veneziano. Pacchianissimo.

Due i più celebri e recenti modi di abbrutimento che cavalcano in tale direzione.

Il primo è il notissimo e tristissimo exploit di Roberto Benigni, maschera divisa tra la banalizzazione della tradizione cattolica italiana (non a caso applauditissimo dagli intellettuali della primavera ecclesiale) e la iper-prezzolata celebrazione dei mostri sacri neo-pagani (la Rivoluzione italiana anti-italiani e la Santa Costituzione).

Il secondo è lo scrittore piacione Dan Brown, il quale continua a montare il fortunato filone dell’esoterismo impossibile, sicuro che una bella fetta di lettori lo seguirà ciecamente in qualsiasi complottismo romanzato, inneggiando senza posa alla ragione e alla scientia nuda e cruda.

Contro quest’ultimo si erige il puntualissimo Introvigne:

Non è difficile immaginare che nel nuovo romanzo ci sarà presentata la solita figura di un Dante membro di società segrete ed eretico, un personaggio che fingeva di essere cattolico per sfuggire all’Inquisizione ma che in realtà credeva soltanto a quella religione sincretista ed esoterica, condita da una notevole avversione per la Chiesa Cattolica, che piace tanto a Brown e che unisce gli Illuminati di «Angeli e demoni», i membri del Priorato di Sion del «Codice da Vinci» e i massoni de «Il simbolo perduto». (QUI)

Il sociologo – notava di recente un mio amico che nella fitta selva di sociologi rossi Introvigne rappresenta una felice e imprevista eccezione – in un dotto excursus ci informa delle origini di certi miti circa l’esoterismo di Dante, attribuendole a Gabriele Rossetti. Le cui idee avrebbero variamente influenzato il figlio, pittore preraffaellita, nei cui capolavori spicca

un’intensa spiritualità che è però venata di estetismo e svuotata del cattolicesimo. Ma almeno si tratta di una spiritualità genuina e profonda – «Beata Beatrix», in particolare, è una commovente meditazione sul peccato, la morte e le colpe di Rossetti verso la moglie appena defunta, Lizzie Siddal (1829-1862) –: anche se non è davvero quella di Dante. 

Come a dire che un tempo la fascinazione esoterica si accompagnava almeno a studiosi e artisti dotati di profondità e genio.

Con Brown corriamo il rischio che si tratti semplicemente delle idee correnti in qualche loggia massonica.

Quanto a Benigni, non mi pare meriti studi. Anche se mi ha divertito scoprire – su segnalazione del solito segugio Manfredini – che esistono pure siti dediti alla demitizzazione bultmanniana del pajaso aretino:

Benigni viene tramutato in un pozzo di sapere, nel più autorevole dantista, in un grande poeta, l’ignoranza diventa conoscenza, cultura, reclamizzata, osannata, premiata oltre ogni conveniente misura, con inevitabile consacrazione di attendibilità. Al comico toscano, che frettolosamente prepara le sue “lezioni” costellate di gravi lacune e che nemmeno è in grado di usare una lingua alfabetizzata, vengono vergognosamente conferite otto lauree honoris causa, in discipline perfino non attinenti al ruolo indebitamente concessogli e inadeguatamente e goffamente sostenuto, sicché Benigni diviene letterato, filologo, psicologo, filosofo. Addirittura nel 2007 qualcuno lo candida al Premio Nobel per la Letteratura! Assurdo, insensato, aberrante.

Senza contare le spropositate somme pagate per ascoltare il vate.

Fine della carrellata sconsolante.

Consoliamoci con una vertigine di Sermonti che ci riporta all’intrigo del genio fiorentino.

 

E con la sospesa icona preraffaellita della Beata Beatrix rossettiana.

Pontefici e ponti. Giovanni23 secondo Erri de Luca

Quello che non ho visto ieri sera è certo meglio di quello che ho visto di “Quello che non ho”. Quello che ho visto è stato il monologo di Erri de Luca, patetico e istruttivo al contempo.
Patetico ma non più del precedente intervento di Saviano: almeno De Luca non ha avuto bisogno di leggersi il foglietto degli appunti ogni 4 righe alla maniera dei peggio parroci di campagna. Epperò patetico fino alla nausea. La nausea peggiore è dovuta a un dettaglio che stava al di qua dello schermo: “Quello che non ho” è il programma amato dai giovani intellettuali, sì, i giovani dalle mie parti sono divisi tra i non intellettuali (a festeggiare la Juve) e gli intellettuali (a commuoversi per Saviano e De Luca).

Intanto una notizia bella. Passato il 150enario dell’unità italiana, è tornato di moda infamare la Madrepatria – così Piero Pelù con la sua canzonetta (a ruota di De Luca) può insultare una Nazione che non gli piace. Se ho ben inteso, ma accetto correzioni, ora che non si può più scaricare sul Berlusca, si attacca l’Italia in blocco. Bel risultato. Bravi.

E veniamo a De Luca, un simpatico vecchietto con discreto charme e qualità oratoria ai limiti del tollerabile. Tutto il suo monologo si basa sulla quaestio “de ponte”. E potrebbe riassumersi nel motto: i ponti vanno salvati perché uniscono, i muri vanno abbattuti perché dividono (De Luca arringa anche i muri di casa – lui li conosce bene perché è stato muratore, dice). Nella retina retorica si cerca di ingabbiare anche il cattolico medio, ricordano in margine che pure “pontefice” significa fabbricatore di ponti (De Luca ha un gusto per le etimologie che ricorda in modo slavato un qualche passaggio di Heidegger).
Ora, ammesso che si trattasse di uno spettacolo e non di una conferenza, e ammesso che mi sento sufficientemente distante da certi show, avrei comunque avuto piacere di sentire meno radici indoeuropee e due idee ben piantate in più.
Per esempio, che i muri di casa dividano, sempre, è vero. Verissimo. E talvolta ottimo. O voi vorreste invitare un ospite illustre a cena da voi, e poi, all’occorrenza, indicargli il water al centro della sala, esposto allo spettacolo di tutti i convitati, però libero da muri divisori di sorta?
Posso fare di meglio, ho pronto un esempio di sinistra: non è forse a causa dell’assenza di muri che dividano… dal freddo, che i barboni in inverno gelano e crepano per le strade?
Venendo ai ponti l’esempio ridicolo l’offre De Luca stesso, quando lamenta che i cristiani in tempo di conflitto abbiano abbattuto il ponte di Mostar, separandosi così dal lato turco del paese. Non è che a Erri veniva in mente che un ponte può essere strumento d’assedio? Erri che è bravo con le etimologie e con i ricordi in bianco e nero, non ha mai studiato dei celebri “ponti di barche”, stratagemma salace nel decidere le sorti di varie guerre (si trattasse dei Persiani che puntavano sui Greci, o dei Crociati diretti in Terra Santa)? Insomma, la paternale monodirezionata non mi lusinga per niente. Né sull’astio anti-muratoriano (almeno sapesse di anti-massoneria!) né sulle dichiarazioni filo-pontificie (nell’accezione acattolica del lemma).

Però questa zolfata nemica di ogni divisione e incline a qualsivoglia alleanza mi ha acceso una lampadina. Si tratta di una zuppa non nuova, anzi. Un odore stantio di ’68 che invade improvvisamente ogni angolo della mia casa: e non c’è muro che lo trattenga. Un puzzo che, purtroppo, non risparmia nemmeno le mura amiche o i ponti ben fatti.

Figlioli miei, amatevi tra voi, cercate più quello che unisce che ciò che divide – è un mantra del beato Giovanni XXIII, abusato quel che basta. Abusato soprattutto da chi lo ha assolutizzato. Sarei curioso: oggi saranno molti o pochi a perpetuarne la strumentalizzazione?
Di certo, qualcuno in meno di 30 anni fa. Come a dire, grazie a Dio la Chiesa cambia. O almeno sa farsi l’autocritica quando serve.

E per chi Dio non ce l’ha? Vedremo quanto tempo gli servirà per superare gli anni settanta. Ma su La7 siamo in pieno tradizionalismo.

Damnatorum ad Inferos (Leo XIII)

E pensare che, se Cristo non fosse disceso fin lì, per noi non ci sarebbe altra possibilità che l’angoscia. Alla luce di questa semplice realtà si capisce fin troppo bene come mai il mondo ottenebrato degradi, accanitamente e cupamente, verso ogni aberrità snaturata.

Fratelenzo con occhio secolarista dichiara l’amara credenza del pensiero ateologico: possiamo essere tutti felici. E Dio non ha parte in questo.

L’uomo puó essere umanamente felice senza credere in Dio, cosí come puó esserlo un credente: non é la fede in Dio a determinare la felicitá o l’infelicitá di un essere umano. (Per un’etica condivisa, Einaudi)

Non così Papa Leone XIII, l’ultimo pontefice a parlare e scrivere correntemente in latino. Questi ci lascia un cammeo arcadico sull’angoscia infernale, dove l’illusione di una felicità senza verità evapora, mentre la radicalità della propria scelta esautora ogni gesto della pietà divina.

Sia lode a Cristo, se oggi davanti al suo Sepolcro sigillato, possiamo nutrire sentimenti di speranza e gratitudine, lode ed amore, anziché illuderci di false felicità e deciderci per atrocità di angosce subumane.


DAMNATORUM AD INFEROS LAMENTABILIS VOX


“Oh si daretur hora!”     

Auditus stygiis gemitus resonare sub antris:

“O detur miseris, hinc procul, hora brevis!”

Quid facerent? Imo elicerent e corde dolorem:

Admissumque brevis tolleret hora nefas.

***

“Oh se  fosse concesso un’istante!”

S’udì risuonare un gemito dalle grotte infernali:

“Oh, sia concesso ai miseri un brev’istante,  lontano da qui!”

Che farebbero? Caverebbero il dolore dal profondo del cuore:

ma il breve istante porterebbe il crimine empio (**).

(Leo XIII, Damnatorum ad Inferos lamentabilis vox (1876), in Id., Carmi latini, Tipografia Poliglotta della S.C. De Propaganda Fide, Roma 1899 (1897)).

(**)Mons. Giuseppe Bortolotti traduce: Ma a tor la colpa fora quel breve istante invan.

Avete mai letto Kundera?

Amo la musica. E con devozione ne traggo ogni spunto possibile.

Per questo, solo per questo, imprudentemente ho provato a leggere qualche pagina di Milan Kundera.

Il collegamento tra un’erezione e una donna nuda non è che uno dei mille modi in cui il Creatore può regolare il meccanismo a orologeria nella testa dell’uomo. E che cosa ha a che fare l’amore con tutto ciò? Nulla. Se nella testa di Tomas una rotellina andrà fuori posto e lui si ecciterà solo alla vista di una rondine, ciò non cambierà nulla nel suo amore per Tereza. Se l’eccitazione è un meccanismo con il quale il nostro Creatore si diverte, l’amore è al contrario qualcosa che appartiene soltanto a noi e ci permette di sfuggire al Creatore. L’amore è la nostra libertà. L’amore è al di là dell’«Es muss sein!». (Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano 1989, p. 255)

E me ne sono pentito.