De Monticelli: La questione morale

L’ultimo successo di Roberta De Monticelli è La Questione Morale, Raffaello Cortina Editore, 2010.

Oggi ve ne parlo, ma ve ne parlo da grosso ignorante cattolico un poco basito, quale sono.

Da cattolico basito come prima cosa prendo in mano il testo e guardo la copertina: mi sembra di aver già visto questo testo da qualche parte. Ci penso, poi mi ricordo che no, non l’ho ancora visto né tantomeno letto, anche se è identico al precedente Vita Autentica di Vito Mancuso. E intuisco sia simile, come grafica e stile, a tutti i testi della neo-collana di Raffaello Cortina. Si tratta dunque solo di una svista, di un po’ di confusione, di un refuso percettivo. Oppure l’abbaglio ha un che di profetico? È una coincidenza non troppo casuale? E ancor più terra terra: chi scrive in quella collana penserà forse le stesse cose, o almeno mirerà agli stessi obiettivi? È per questo la stampa nello stesso formato? Vedremo.

Passo successivo, commetto un secondo errore: inizio a leggere il libro.

Mi colpisce il tono.

Io mi ricordo il tono della De Monticelli prima ora: la fenomenologa minuziosa che esplora gli strati del vissuto umano, percorre i sentieri verdeggianti della fenomenologia nella sua forma più genuina, muove aggraziata verso il cuore dell’esistenza personale coi suoi tesori e valori.

Ma si vede che ricordo male, la De Monticelli della Questione morale ha da subito il fare di un membro di spicco tolto da un qualche comitato-progettazione dei programmi di Santoro. Sa tutto, svela complotti malcelati, e finalmente decide di scendere in campo: insomma agisce un poco come quelle divinità autoritarie vecchio stampo, cui giustamente dice di non credere.

Il corpo del testo nasce da uno sguardo scandalizzato sulla nostra società: la corruzione dilaga, la truffa ci opprime, gli italiani sono stanchi.

A me viene in mente subito Berlusconi, guardo se in nota c’è qualche libro di Marco Travaglio, ma marco male. Alla filosofa viene in mente il rossore di Hegel e si procede.

Tutto lo zelo di candidato lettore, un tempo De-Monti-Fan, si schianta sul nascere, infatti mi impianto alla seconda facciata, dove a coronare la corruttela mondiale la De Monticelli ci piazza in men che non si dica i cattolici

Ciliegina sulla triste torta. L’alleanza delle gerarchie ecclesiastiche romane e di molto associazionismo cattolico con questo programma di disgregazione (12)

Mentre mi chiedo cosa abbia fatto di male la CEI per attirarsi tanti strali, mi vengono in mente pensieri svariati a random:

  • anzitutto penso che il Sermig, trattandosi di un associazionismo poco romano, si è salvato (resta il dubbio di come la Chiesa si salverà dal Sermig);
  • poi provo a ricordarmi se qualche filosofo di grido abbia mai rimproverato al cattolico Prodi di aver finanziato programmi abortisti  nel Terzo Mondo (ma non mi sovviene nulla, sbadato che sono);
  • mi chiedo che altro dovrebbe fare il papa, dopo aver denunziato i pretofili, per strappare il consenso dei laici (temo lo vogliano in prima fila nella lotta per il suicidio assistito ecc), ma essendo ignorante non so rispondermi;
  • infine mi arrabbio e penso – sono un testone infantile – che a furia di chiedere scusa per colpe che non abbiamo commesso (alludo alla decadenza dell’apologetica) ora ci becchiamo i rimproveri per tutto, e a caso.

Comunque zitto e mosca. Torneremo a suo tempo sui carboni ardenti.

Ecco. Manco una pagina dopo e mi arriva quello che non volevo sentire:

Chiedersi se è possibile una rifondazione razionale del pensiero pratico equivale a chiedersi, infine, se c’è verità e falsità nel giudizio di valore (14)

Sante parole, Roberta! Ma fatico a riprendermi dallo shock.  Perché, copertine a parte, in questa frase c’è una contiguità spaventosa col programma di Vito Mancuso. Una sorta di ‘retweet’.

Ora, per tutti i non abbonati, due parole sul Mancuso. Il prof. don Mancuso – ora solo prof. – esordisce come promessa della teologia contemporanea con un saggio apprezzatissimo su Hegel e il Principe di questo Mondo; tempo un paio di altri testi e approda all’appetitoso Per Amore, vero Aleph del mondo religioso-speculativo moderno, sottotitolato “rifondazione della fede” (ecco la somiglianza con la frase della De Monticelli). L’esito? Con il fragoroso L’anima e il suo destino Mancuso fa brillare (nel senso bombarolo del termine) tutta la Tradizione cattolica. Quel poco che resta è così misero da trovar addirittura posto e retribuzione sui canali della superficialità radical-chic: l’Infedele, La Repubblica, e non ricordo che programma fazioso di Fazio. Stroncato da battute ironiche della Civiltà Cattolica, Mancuso spopola nei centri parrocchiali notoriamente anti-magisteriali (della stessa area catto-applaudita di quel Prodi di cui sopra). Con La Vita Autentica conferma l’esito gnostico e anti-teologico del suo pensiero, conferma successi mediatici e inchini dei gallicani, conferma il divertito articolare motteggiante della Civiltà Cattolica.

Ma torniamo a noi. Capite che se due autori pubblicano nella stessa collana, insegnano nella stessa università, si prefiggono i medesimi programmi, si citano a vicenda (come si vedrà più avanti), è poi probabile che tendano alle stesse mete.

Eppure la meta del Mancuso già ci è parsa pencolante. Anzi catastrofica. Cosa dovremmo attenderci dalla De Monticelli?

Ho in cuore un’amarezza in aggiunta.

Mentre il Mancuso non mi è mai piaciuto più di tanto, la De Monticelli inizialmente mi affascinava. Verrebbe da chiederle ciò che i suoi amici intimano a Santa Romana Chiesa: perché non ti preoccupi solo del campo del privato, e lasci perdere la politica, il sociale, le chiese ecc?

Ma è una domanda stupida. E io sono ignorante, sì, ma stupido non così tanto.

Il primo capitolo muove da auliche espressioni del Guicciardini per piombare sul massimo problema italiano: la Videocracy e il temibile potere delle TV (cioè Berlusconi) – non senza una chicane nel magico mondo dei preti corrotti del sedicesimo secolo -.

E così, citando frasi che  forse oggi non oserebbe neppure Odifreddi (33), la filosofa afferma, appunto, cose più amare dell’Odifreddi (il ricavarle dal Guicciardini dovrebbe garantire che siano anche più intelligenti delle miopi stragi culturali del torinese matematico – altro ex chierico, come il Mancuso: dai, De Monticelli, ma che gusti! – speriamo sinceramente sia così).

Boezio, Gioberti, De Sanctis, Rosmini si susseguono nelle pagine a venire, misti a fatti di cronaca spicciola italiana, misti a sciabolate contro prelati pescati qua e là nella penisola (persino Scola, il patriarca di Venezia, il che poi è una vera e propria temerità. Io per esempio non andrei mai contro a uno di CL, come è la Scola – né contro gli ebrei, né contro uno di CL -. La De Monticelli si limita a non andare contro gli ebrei).

Mentre stentano a profilarsi riflessioni genuinamente fini, colte e filosofiche, la scrittrice eruditissima imperiosamente arranca oltre le carcasse di una Chiesa tra l’inafferrabile e l’inaffondabile: e allora non poteva mancare il luciferino papa Borgia, ma soprattutto – culmen di ogni acutezza – il dittico Cesare/Dio che va sempre a segno. Peccato esserselo bruciato prima delle 100 pagine, perde metà dell’effetto, e rischia di sembrare un refrain banaluccio (sì, lo so, l’apparenza inganna).

Con la tappa delle 70 pagine arriviamo al paragrafo aureo: la Chiesa e il nichilismo morale.

E qui casco (casca l’asino). Perché, prima ancora di leggere, mi balena in testa un terrore enorme. Ricordo il pregevole pamphlet Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi, un gioiellino di Roberta-la-genesi, diviso in due sezioni: una di fenomenologia personologica (e ho detto tutto, con inchino sincero), l’altra di analitica anti-heideggeriana.

Consentitemi la sparata, partorita dal mio timore. In che senso la De Monticelli continuerà ad essere pienamente e saggiamente anti-heideggeriana e anti-nichilista, qualora appoggiasse la tesi per cui la Chiesa porta in sé germi di nichilismo (tesi notoriamente heideggeriana)?

Rifiuto di riprendere la questione.

Per gli appassionati di humour, ora, tenersi saldi, entriamo in un capitolo quantomeno caleidoscopico. Bastino tre assaggi.

  • Vi hanno sempre insegnato che il problema teologico moderno è stato l’inesorabile declino nell’individualismo, vero dimenticatoio dei tesori trinitari ed ecclesiologici? Non è così, al contrario:

Ci si potrebbe chiedere come sia potuto accadere che proprio in seno alla Chiesa cristiana “universale”, alla Chiesa cattolica, una tale diffidenza nei confronti dell’individualità, che in fondo è la sola sede possibile dell’anima, abbia potuto prendere piede (71)

  • Vi hanno sempre insegnato che l’anima era la forma corporis, e che oggi il dibattito teologico è ampio, alla ricerca di espressioni non meno sapide, ma meno medievali per indicare quell’unità che è l’uomo? Non è così, anzi

…che cosa possiamo cristianamente intendere per “anima”, col suo destino (direbbe Vito Mancuso), se non questa ecceità… ? (Idem)

Il che peraltro significa che la De Monticelli ha un concetto di anima piuttosto incline a quello mancusiano (che Camillo Langone col suo genio icastico definiva ‘filosofo animista’) che non a quello magisteriale. Ma allora stiamo semplicemente parlando di due religioni diverse. E certo che, Roberta, vuoi dirmi che non cogli questi dettagli? Oppure ci vuoi infinocchiare un po’ tutti con la tua bella retorica?

  • Vi hanno sempre insegnato che Benedetto XVI è il papa della ragione, l’uomo che ripercorre (ma non rifonda!) l’intera Teologia Fondamentale, l’autore ombra di Fides et Ratio, il campione del dialogo intelligente contro ogni forza bruta e barbara? Non è così perché

Il cardinale J. Ratzinger… compie la svolta “volontaristica” che caratterizza il suo pensiero… Vale a dire: il solo fondamento di ogni valore e di ogni norma è la volontà di Dio. (75)

Scipito. Ma non era piuttosto quel Duns Scoto che a lei piace tanto, il Dottor Sottile e divulgatore dell’ecceità, non era proprio lui ad esser considerato da tutti l’iniziatore del declino volontarista e nominalista del pensiero cristiano medievale? Eppure quel volontarismo non fa problema. Ne fa invece l’altro, decisamente impredicibile (cioè inimmaginabile, prima che la filosofa osasse propinarcelo) del papa.

Resto scipito. E deluso, mentre continua lo sciupio di termini all’indirizzo della Chiesa, e noi miti  non possiamo se non accettare quanto segue, tanta è la sferza che l’autorevole autrice ci riversa indosso:

La religione della minorità morale degli individui, che ha contribuito a sabotare, fino al Concilio Vaticano II, i fondamenti di quella cultura della responsabilità personale che è sempre mancata al nostro Paese, e la cui mancanza produce il disastro civile e morale cui assistiamo quotidianamente.

Che la Chiesa romana c’entri parecchio con questa storia di minorità, è una tesi difficilmente confutabile, nonostante gli sforzi di Alessandro Manzoni che nelle sue Osservazioni sulla Morale Cattolica vi si oppose strenuamente… (72)

A parte l’ennesima ermeneutica del cattolicesimo realizzata prescindendo da quanto il cattolicesimo afferma di sé (ci mancherebbe solo di annusare rottura e discontinuità tra la Chiesa pre e post Concilio; ma questa è pure tesi di sapore mancusiano – e verzettiano in aggiunta); è poi davvero tanto inutile la storia critica, sì da voler ostinatamente rifiutare quella moderata ma onesta revisione del processo risorgimentale, processo in cui piuttosto cercherei la radice di tanti problemi nostrani (però, certo, non tutti; né sempre sempre estranei alle scelte della Chiesa)?

Mah. Francamente non ho più voglia di proseguire nella lettura. E infatti non proseguo.

Immagino il continuo, forse con altri affondi al clero e ai cattolici, certo con indiscutibili argomentazioni o almeno citazioni di romanzi e poeti che commuovano il nostro sentire, poi una carrellata di autori colti, eroi della modernità, carte dei diritti, organizzazioni mondiali, ecc. ecc.

Qui l’unica questione morale è che senso abbia per una grande autrice pubblicare questi saggetti. E che senso abbia ancora per noi il leggerli. Io, per esempio, dopo aver sbirciato un libro così, mi sento un voyerista.

A cosa servono latino e greco?

Fanno bene alla memoria, sviluppano la logica, si studiano da sempre, è da gran signori, servono per tradurre i papiri antichi

Io aggiungerei: diminuiscono il rischio di cancro. E poi potremmo ritenere chiusa la lista di sciocchezze

Mi spiace dissentire, ma è un altro il motivo per cui studiare latino e greco. Se capiamo il motivo, capiamo anche perché oggi in realtà non vuole studiarli più nessuno.

Latino e greco non sono obiettivi o fini o mete, non si studiano per se stessi. Io studio latino e greco perché mi forniscono i mezzi. Sì, ma i mezzi di che? I mezzi per accedere ai tesori di alcune culture antiche: le culture dello Spirito

I grandi miti e le filosofie dei greci. Il diritto e l’universalismo dei romani. La meticolosa conoscenza dei padri di Costantinopoli. La teologia dei medievali. Il sapere delle prime università. La passione filologica dell’umanesimo.
Tutte grandi correnti. Tutte voci latine e greche. Tutte mosse da un solo obiettivo: scandagliare le profondità dello Spirito, scoprire la vita come contemplazione, vivere la dimensione dell’interiorità radicale.
Lo hanno fatto in modi diversi, 
con convinzioni diverse, ma lo hanno fatto.


Problema 
– siamo franchi  – che ce ne frega a noi oggi dello Spirito?

A noi preme il commercio, il godimento, la libertà senza condizioni, il caos.

Conclusione: latino e greco per noi sono del tutto inutili

Molto meglio il tedesco: per dire l’angoscia della vita; il francese: per scrutare il piacere o le leggi di sasso della scienza; l’inglese: per sbarcare nel commercio e nel successo.

Cari lettori, diciamocelo: latino e greco non servono per niente, non a noi, perché a noi non interessa per niente, tutto ciò che essi possono darci, il mondo che ci spalancano con le loro parole, il mistero dell’immortalità e dell’eterno.

Alla fine della vita a noi basta un