Balletti vs Liturgia

Articolo apparso su Campari e De Maistre.

La liturgia sta alla vita cristiana come il Big Bang all’universo. Un piccolo cambiamento all’origine può modificare tutto lo svolgimento.

Che dunque un gesuita e una ballerina si permettano di modificare la liturgia, quasi a imporre una modifica dal basso, è semplicemente un sacrilegio. Ma Roberta non lo sa e annuncia:

Perché questo accada, bisognerà rivoluzionare la disposizione attuale: via i banchi, tutto lo spazio occupato dall’assemblea lasciato libero perché i fedeli possano muoversi, danzare il rito. Se c’è un Papa che può capire la sfida, sembra proprio l’attuale: gesuita, argentino, molto fisico nel modo di porsi, spregiudicato e stratega quanto occorre.

Francesco vigili. E’ vero che ogni ventata rivoluzionaria fa sentire forti, ma nove volte su dieci le ventate rivoluzionarie hanno solo reso più eretico il popolo, e hanno dannato anime. Specialmente quando erano movimenti dal basso.

Comunque, nel caso permanessero dubbi, c’è sempre il parere illuminato e politicamente corretto del prelato negro, il quale – con piglio degno dei più sagaci moralisti e del loro articolato ‘oggetto morale’ – mentre apprezza la danza africana in liturgia, riconosce che quella propriamente non è danza, ma solo “un movimento aggraziato che esprime gioia”, e che fa tutt’uno con l’espressione culturale nera o gialla che sia.

http://www.youtube.com/watch?v=vHWsmHG80vo

E così si riporta il discorso alla sua radice culturale. Il problema della danza è infatti un problema di cultura. E la cultura è una cosa che il popolo ha scritta in se stesso, non è un pallino di due teorici superbi, individualisti e rivoluzionari.

Ora, sarà un caso, ma nella cultura occidentale la danza è il filo rosso che – dalle discoteche, ai ghetti, alla ruleta sexual, ai rave party – connota le manifestazioni più apertamente antinomistiche e dissolutrici.

Harlem Shake: genesi e apocalisse (II)

Convincente o meno, la tesi di M. E. Jones avrebbe avuto almeno il pregio di essere una proposta impegnata. Ma sarebbe stato tutto troppo bello.

Quando oggi parliamo di harlem shake, non ci riferiamo infatti a G. Dep., né alla cultura afroamericana, né alla rivoluzione culturale anti-cattolica americana e via dicendo. Ci riferiamo invece alla recente canzone “Harlem Shake” del dj Baauer, perfetto esempio di fidget house (ennesimo parto del detonato cespite house).

 Successivamente sulla base de pezzo di Baauer un diciannovenne Filthy Frank avrebbe creato il video “Do the Harlem Shake”, felice esempio di subcultura giovanile che ha contagiato in men che non si dica mezzo orbe.

E qui non c’è Jones che tenga. I primi a non riconoscersi in questa moda giovanile sono proprio quei black che dell’harlem shake originale hanno fatto la loro passione e il loro cavallo di battaglia.

D’altra parte il fenomeno merita due appunti.

Anzi tre.

Il fatto che, a quanto pare, non si tratti di un prodotto pensato a tavolino, ma di una realtà affermatasi dal basso ci consola a metà. Anzi, mi allerta.

Primo, perché significa che il germe della degenerazione ha attecchito a tal punto, che un qualsiasi teenager può portare già in sé i principi. E ha tutti gli strumenti per diffonderli.

Secondo, perché tanta banalità e volgarità trovano subito milioni di riscontri positivi nel mondo: vuol dire che la gioventù è sintonizzata sugli stessi squallidi canali.

Terzo, perché appunto di banalità si tratta. Cioè di una banalizzazione di ciò che è cattivo prima che stupido, e stupido prima che cattivo. In questo senso c’è da rimpiangere le stagioni di lotta culturale alla M. E. Jones. Niente da fare, ormai siamo entrati in una nuova stagione, un girone più giù.

Un secondo appunto riguarda i contenuti. Negativi al di là della loro intenzionalità ricreativa (ma perché: il male è mai stato capace di ricreare alcunché?)

I protagonisti appaiono in maschera: mostri, animali, cartoon, fetish, aggregati bionici. Impossibile non pensare al processo di de-umanizzazione che già tocca la società adulta in tanti suoi aspetti.

I gesti: per lo più l’alternarsi di imitazioni di ubriachi o di movenze sessuali. È il tripudio delle passioni. È il fonte della cultura rivoluzionaria, direbbe Plinio Correa de Oliveira (Rivoluzione e Contro-rivoluzione, Sugarco 2009).

Infine, in alcune sue evoluzioni più recenti, questa celebrazione banalizzata del nichilismo culturale giovanile, autentica carnevalizzazione del quotidiano, torna a citare la sua più dotta progenitrice, la medievale e sacrale Totentanz.

Come in questa lo scheletro della morte “danzava” tra la gente del mondo – ricchi e poveri, chierici e laici, giovani e vecchi – fino a condurli tutti con sé nel proprio regno senza vita; così nell’harlem shake il video sovente si apre con un solo personaggio mascherato che inizia a “danzare” in un gruppo di giovani noncuranti, salvo poi, al mutare della scena, averli trascinati tutti con sé nel ballo lascivo.

 

Ma dai, sono ragazzate. A che pro indignarsi?

E infatti io non mi indigno. Semplicemente prendo nota.

Per esempio prendo nota di quegli oratori in cui ragazzi e animatori si sfidano a chi realizza l’harlem shake più bello. Ovviamente epurato dei suoi riferimenti più triviali. Ovviamente.

Non mi indigno, ma mi dispiaccio. Il mio sogno – che poi non era il mio – era quello che la gioventù cattolica traghettasse il mondo verso lo splendore di Cristo. Non che si mettesse al traino del sub-culturame post-cattolico di tendenza, subendone il pensiero e i gesti.

E sia. Speriamo che, nonostante questo, in qualche modo si riesca a “get things right between ourself and God”.

Let’s get it.

Harlem shake: genesi e apocalisse (I)

Parliamo di Harlem Shake.

Harlem Shake è un ballo, anzi una danza. Non una danza a caso, ma uno di quei prodotti tutti particolari che hanno visto la luce nei sobborghi afroamericani, quali sintesi di stile e cultura, di ideali e comunicazione, di aggregazione e originalità.

Nasce negli anni ottanta, ma viene alla ribalta col video “Let’s get it” di G. Dep.

G. Dep è l’abbreviazione di Ghetto Dipendente, nome in arte di Trevell Coleman, un nativo del quartiere di Harlem, che sta ora scontando una pena di 15 anni nel George Motchan Detention Center in Rikers Island per omicidio, pena che lui vive come un tentativo di “get things right between himself and God” (come ha lui stesso dichiarato al mensile musicale “The Billboard”). Ovviamente tra Harlem e Rikers Island ci dobbiamo mettere un paio di dozzine di fermi per furto, droga e simili scaramucce (pare che dal 2003 in poi se ne contino 25).

[trovate QUI una video intervista a Coleman]

Insomma un ritratto perfetto di un perfetto uomo di Harlem, il più adeguato a diffondere un nuovo stile di danza e di vita di Harlem, l’Harlem Shake appunto. Esibizione improvvisata, basata su un repertorio di figure corporee standardizzate, vagamente simile alla street dance (il paragone vale solo per i profani del genere, come il sottoscritto), legata al mondo del rap e derivati.

Fosse tutto qui il fenomeno, sarebbe anche facile spenderci due parole. Lo farei ovviamente riferendomi agli studi di Michael E. Jones, intellettuale del cattolicesimo intransigente americano, che considera lo sviluppo musicale americano – dal jazz al rock fino al rap e alle propaggini più recenti, probabilmente harlem shake incluso – come lo strumento di comunicazione attraverso cui i valori della Rivoluzione sono stati istillati nelle masse popolari (dopo l’insuccesso dell’intellettualismo letterario nietzscheano e dell’elitarismo musicale schoenberghiano). Secolarismo, degenerazione morale, dissesto della famiglia, perversione sessuale, e chi più ne ha più ne metta: tutto questo non avrebbe raggiunto tanto radicalmente e tanto velocemente le masse, incubate da secoli di tradizioni caste e svezzate da ritmi culturali lenti e severi, se la musica – abbandonata la sua classica funzione nobilitatrice – non li avesse corrotti fino al midollo. Di questo e di altro si parla in “Il ritorno di Dioniso” (Effedieffe 2009).

Il meglio è sempre Cattolico. Anche il jazz.

New Orleans, come spiegato nel libro, fa parte di una cultura caraibica e non statunitense. Era una colonia spagnola, cattolica, non aveva nulla a che vedere con il mondo anglosassone delle colonie orientali.

Con questa notizia, strappata a Stefano Zenni in un’intervista su Musica Jazz di Maggio – e relativa al recente Storia del jazz: una prospettiva globale (Stampa Alternativa, Viterbo 2012) – supero definitivamente il mio senso di colpa in quanto diviso tra catto-tradizionalismo e filo-jazzismo.

In realtà la lezione del critico musicale combacia con lo studio di Rodney Stark (A gloria di Dio, Lindau) in cui lo specifico delle differenze tra colonie cattoliche e puritane viene visto nella peculiarità dei codici che normavano il trattamento degli schiavi. Quelli della francese Louisiana erano più miti degli altri nord-americani (ma meno miti di quelli spagnoli… pare che anche per questo l’abolizionismo latino-americano si sia svegliato tardi), e soprattutto permettevano un affrancamento dalla schivitù e un’ascesa sociale (e quindi culturale) inimmaginabile altrove.

A questo punto il discorso apologetico fazioso va svolto così: il jazz in quanto fenomeno culturale di valore dipende dal milieu cattolico della Louisiana; il jazz come veicolo di imbarbarimento della società bianca dipende dall’uso strumentale che ne fece l’elite pre-mondialista dei soliti noti (M. E. Jones, Il ritorno di Dioniso, Effedieffe).

Fuor di battuta, non stupisce che la cultura fiorisca laddove ci sia l’ambiente più favorevole all’uomo. Cioè dove Cristo è tutelato e presentato nella sua verità – per quanto ci è possibile…