Film horror? Una religione

Douglas E. Cowan ha pubblicato nel 2008 Sacred Terror: Religion and Horror on the Silver Screen (Waco, Texas: Baylor University Press, 2008). Un interessante excursus sullla simbolica religiosa nascosta e piegata negli stilemi del film horror.

La domanda-sorgente potrebbe essere: l’horror appaga qualche anelito religioso? La problematica educativa potrebbe suonare: l’horror è in concorrenza con la maturazione religiosa?

Cowan elenca gli elementi latamente spirituali di cui sono intrisi i prodotti horror

1. Il primo è 

“the fear of changes in the sacred order. Change in our familiar religious universe, Cowan explains, may occur in three ways: inversion, invasion, and insignificance. The inversion is the fear that an institution we regard as benign, organized religion, may in fact be the locus of conspiracy and malevolence…The invasion is the irruption in our familiar Christian universe of alien and strange gods…Irrelevance is the inability of organized religion to confront and defeat new or extreme forms of evil, as evidenced for example by the Hellraiser movies.”

Quindi l’horror esorcizzerebbe – attuandole – le nostre paure e i nostri sospetti circa la credibilità e la esclusività dei nostri credo.

2. Il secondo riguarda

“the ambivalent fear of sacred places… Non-Catholics traditionally do regard abbeys and convents as the symbol of what they fear most in Catholicism, and when something wrong happens in what we regard as the house of God the fear of inversion prevails again.”

E metterebbe in luce un’altra serie di sospetti circa errori e atrocità religiose passate, questa volta direttamente proiettati sui luoghi-simbolo della religione (che dunque divengono luoghi-diavolo, volendo giocare con le etimologie).

3. Quindi tocca al tema della morte e alla paura di rimanere sospesi tra vivere e morire, le cui immagini prevedibilmente zono Vampiri e Zombies:

the third category – the fear of death, and of dying badly – obviously refers to ghosts, zombies, mummies and vampires. Cowan guides us through the endless variations of this theme, emphasizing the importance of the old fears of being buried alive and of remaining trapped between life and death.”

4. Ma l’horror offrirebbe anche un surrogato – negativo ed emozionista – al discorso sul demonio con annessi e connessi,

“another familiar fear [is] supernatural evil. Although often di smissed by critics, movies like The Exorcist and Rosemary’s Baby not only have been taken seriously by millions of moviegoers but have compelled the mainline churches to devote issues of their magazines to issues such as exorcism and Satanism.”

5. Inoltre

Cowan’s fifth category of sociophobics deals with fear of fanaticism. Cowan himself has studied extensively new religious movements and the so called “cult wars” and is well placed to study how the “cult” theme has entered the horror movies, usually in the shape of apocalyptic preachers leading followers to suicide and homicide”

Un tema vivissimo per noi, che seguiamo con moderazione anche sul presente blog, il dilagare di culti settari e fanatici, spesso di sapore apocalittico e messianista, fondamentalista e dalle implicazione suicide-omicide. Ennesimo buon motivo per stare alla larga dalla religione, e al contempo esca per non meno rischiosi settarismi e superstizioni.

6. Rimane il caso di nunsploitation, i “tonaca-movie”, pouptourri di lesbismo e sadismo di protagonismo monacale e maniacale insieme. Essi sono tanto più nocivi in quanto attaccano contemporaneamente due importanti concetti cristiani di base tra loro congiunti: il tema della positività sessuale e della carne, intrecciato al tema della legittima e positiva rinuncia religiosa a tale positività. Insomma sessualità e castità come dipolo tensivo e ricco della tradizione religiosa, in specie cattolica, vengono qui sommariamente ed efficacemente abbattute dal solito sguardo incredulo e oggettivizzante:

“The mirror image of the fear of religion is the “fear of the flesh”, i.e. the fear of sexuality and particularly of the unholy combination of sex and religion. There is a whole subgenre of “nunsploitation”, the exploitation of the (Protestant) fear and curiosity about Catholic nuns through depiction of their alleged secret sexual practices.”

Aggiungo io: non crediamo che la conoscenza di queste allusioni ci ripari dall’influsso delle paure e delle disperazioni che esse incarnano, non crediamo cioè di poterci nutrire di genere horror senza essere inconsciamente pervasi dai suoi errori.

Beh, manco a dirlo, tanto meno ha senso propinarne ai giovani o a chi vacilla nella fede. Beh manco a dirlo, sono proprio loro a ricorrervi maggiormente.

A cosa servono latino e greco?

Fanno bene alla memoria, sviluppano la logica, si studiano da sempre, è da gran signori, servono per tradurre i papiri antichi

Io aggiungerei: diminuiscono il rischio di cancro. E poi potremmo ritenere chiusa la lista di sciocchezze

Mi spiace dissentire, ma è un altro il motivo per cui studiare latino e greco. Se capiamo il motivo, capiamo anche perché oggi in realtà non vuole studiarli più nessuno.

Latino e greco non sono obiettivi o fini o mete, non si studiano per se stessi. Io studio latino e greco perché mi forniscono i mezzi. Sì, ma i mezzi di che? I mezzi per accedere ai tesori di alcune culture antiche: le culture dello Spirito

I grandi miti e le filosofie dei greci. Il diritto e l’universalismo dei romani. La meticolosa conoscenza dei padri di Costantinopoli. La teologia dei medievali. Il sapere delle prime università. La passione filologica dell’umanesimo.
Tutte grandi correnti. Tutte voci latine e greche. Tutte mosse da un solo obiettivo: scandagliare le profondità dello Spirito, scoprire la vita come contemplazione, vivere la dimensione dell’interiorità radicale.
Lo hanno fatto in modi diversi, 
con convinzioni diverse, ma lo hanno fatto.


Problema 
– siamo franchi  – che ce ne frega a noi oggi dello Spirito?

A noi preme il commercio, il godimento, la libertà senza condizioni, il caos.

Conclusione: latino e greco per noi sono del tutto inutili

Molto meglio il tedesco: per dire l’angoscia della vita; il francese: per scrutare il piacere o le leggi di sasso della scienza; l’inglese: per sbarcare nel commercio e nel successo.

Cari lettori, diciamocelo: latino e greco non servono per niente, non a noi, perché a noi non interessa per niente, tutto ciò che essi possono darci, il mondo che ci spalancano con le loro parole, il mistero dell’immortalità e dell’eterno.

Alla fine della vita a noi basta un