Confessione: torni la formula antica

Apparso su Campari & de Maistre

La situazione è grave, non c’è che dire. Vi è un limite oggettivo e storico – quello che suggerì già a Pio XII e definitivamente a Giovanni XXIII la necessità di una grande Assise della Catholica in cui svolgere critica ed autocritica dello status quo -, si riscontra cioè da anni una crisi di incidenza della Chiesa nel mondo moderno e contemporaneo. Specificamente poi è innegabile una crisi del sacramento della Confessione e del senso di peccato e conseguente bisogno di salvezza. Da parte sua il dialogo interreligioso, nella misura in cui si attardi ad affermare che tutti sarebbero figli di Dio dalla nascita e che per ciò stesso la loro salvezza sarebbe fuori discussione (salvo scelte morali particolarmente eclatanti), non aiuta certo a sanare la dimensione oggettiva della crisi. A ciò si aggiungano i frutti del presente pontificato, ormai più facili da vagliare, sebbene sia prudente attendere altre annate per una giudizio che si voglia fermo e certo: sembrano definitivamente tramontati i mesi dell’entusiasmo iniziale, quelli in cui un fedelissimo come Massimo Introvigne si peritava di informarci a riguardo dell’incremento di confessioni suscitato dallo stile pastorale di Sua Santità Francesco. “Che l'”effetto Francesco” abbia indotto molte persone a tornare in chiesa e a confessarsi, specie nel periodo di Pasqua, non è più solo un’impressione ma un dato di fatto. Anche in Italia. Lo ha confermato una ricerca del CESNUR, l’istituto di ricerca sulle religioni diretto dal sociologo torinese Massimo Introvigne, presentata il 15 aprile a Torino”.

Si trattasse di effetto Francesco o di effetto Benedetto XVI (leggasi a riguardo il finale dell’articolo appena citato), allo scoccare del 2016, ad Anno giubilare pienamente e saldamente avviato, altre sembrano le risposte del popolo cristiano.

I fatti sono questi. Dall’apertura dell’Anno Santo voluto da papa Francesco e in occasione delle festività natalizie del 2015 – così come da quando Jorge Mario Bergoglio siede sulla cattedra di Pietro – il numero dei fedeli che si è accostato al confessionale non è aumentato, né nei tempi ordinari, né in quelli festivi. Il trend di una progressiva, rapida diminuzione della frequenza della riconciliazione sacramentale che ha caratterizzato gli ultimi decenni non si è arrestato. Anzi: mai come in prossimità di questo Natale i confessionali della mia chiesa sono stati ampiamente disertati”. Viene scritto in una lettera pubblicata da Magister.

Ciò che turba è che i fedeli si appoggino al Magistero, o almeno alle dichiarazioni quotidiane del Pontefice, per giustificare l’uso magico della fede e l’arresto di un serio cammino interiore di conversione (che è quanto di meno antropocentrico si potesse immaginare). Sono persuaso che non siano questi gli esiti auspicati dal Papa, ma di essi il Santo Padre porta ahilui la prima responsabilità.

“Due esempi valgano per tutti. Un signore di mezza età, al quale ho chiesto, con discrezione e delicatezza, se era pentito di una ripetuta serie di peccati gravi contro il settimo comandamento “non rubare”, dei quali si era accusato con una certa leggerezza e quasi scherzando sulle circostanze non certo attenuanti che li avevano accompagnati, mi ha risposto riprendendo una frase di papa Francesco: “La misericordia non conosce limiti” e mostrandosi sorpreso che ricordassi a lui la necessità del pentimento e del proposito di evitare in futuro di ricadere nello stesso peccato: “Quel che ho fatto ho fatto. Quel che farò lo deciderò quando uscirò da qui. Come la penso su ciò che ho compiuto è questione tra me e Dio. Sono qui solo per avere quello che spetta a tutti almeno a Natale: poter fare la comunione a mezzanotte!” E ha concluso parafrasando l’ormai celeberrima espressione di papa Francesco: “Chi è lei per giudicarmi?”.

Una giovane signora, alla quale avevo proposto come gesto penitenziale, legato all’assoluzione sacramentale di un grave peccato contro il quinto comandamento “non uccidere”, la preghiera in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento esposto sull’altare della chiesa e un atto di carità materiale verso un povero nella misura delle sue possibilità, mi ha risposto seccata che il papa aveva detto pochi giorni prima che “nessuno deve chiederci nulla in cambio della misericordia di Dio, perché è gratis”, e che non aveva né tempo per fermarsi in chiesa a pregare (doveva “correre a fare gli acquisti natalizi in centro città”), né soldi da dare ai poveri (“che tanto non ne hanno bisogno perché ne hanno più di noi”)”. (Ibidem)

Ecco il mio consiglio, tra il serio e il faceto. Nell’attesa che Roma parli per risolvere almeno il chaos ingeneratosi tra i fedeli, i sacerdoti più zelanti sono invitati a tornare all’antica formula assolutoria, pienamente valida e altamente istruttiva. Leggiamola come si presenta nel Rituale Romanum:

“Quando il Sacerdote vuole assolvere un penitente, dopo avergli imposto una salutare penitenza e dopo che il penitente l’ha accettata, dice dapprima: Misereatur tui omnipotens Deus, et dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam æternam. Amen.
Quindi con la mano destra elevata verso il penitente, dice: Indulgentiam, absolutionem, et remissionem peccatorum tuorum tribuat tibi omnipotens et misericors Dominus. Amen.
Dominus noster Jesus Christus te absolvat: et ego auctoritate ipsìus te absolvo ab omni vinculo excommunicationis, (suspensionis), et interdicti, in quantum possum, et tu ìndiges. Deinde ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Patris, et Filii, + et Spiritus Sancti. Amen.
Se il penitente è un laico, omette la parola suspensionis. Il Vescovo nell’assolvere i fedeli fa tre segni di croce.
Passio Domini nostri Jesu Christi, merita beatæ Mariæ Virginis, et omnium Sanctorum, quidquid boni feceris, et mali sustinueris, sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiæ, et præmium vitæ æternæ. Amen”.

E così ci ricordiamo al contempo: che se il fedele rifiuta la giusta penitenza è lecito negargli l’assoluzione (non per ripicca, ma per trasparenza: nessuna assoluzione in assenza di contrizione); che il sacerdote pur sempre assolve nei limiti del proprio potere (in quantum possum), che sono fissati anzitutto dalla Legge Divina, con buona pace delle Conferenze Episcopali e dei Sinodi e tanto più delle riletture arbitrarie che il laicato realizza a partire da interviste del Pontefice; che peraltro, laddove ci sia reale pentimento, la Misericordia divina agisce con frutto, superando addirittura i limiti umani di confessore e penitente, la loro ignoranza, la loro pusillanimità (in quantum… tu indiges).

Silence impossible

Primo step. I grandi registi si vedono dai piccoli dettagli, e il piccolo dettaglio nei film basati sul concetto di sacrificio è la croce. In “The Passion” la croce è un tronco scheggiato cui il Cristo si aggrappa in un abbraccio scandaloso d’amore; in “Cristiada” la croce è un monile che il colonnello ateo lascia sul fondo di un bicchiere di whisky (o simili) per ricordare al dittatore ateo che almeno la libertà, almeno quella, va garantita sempre e a tutti (come il buon whisky, suppongo); in “Apocalypto” la croce è quella del frate, nella scena finale, quando la scialuppa si stacca dalle caravelle e approda alla costa e, certamente, il frate che la regge è un idiota senza coscienza, ma si intuisce che quell’idiota, portando la croce, toglierà il giogo dei sacrifici umani; in “Hateful Eight” la croce è una scultura di pietra che domina tre minuti di ripresa sotto un pesante strato di neve; in “Silence” è un artefatto in legno nascosto in una bara in fiamme.

Ora, “The Passion” è un film epocale, dove finalmente la croce è stata rappresentata e non solo romanzata; “Cristiada” è un film godibile, impreziosito più dal soggetto politicamente scorretto che da una suprema regia, ma di sapore forte e barricato, come un buon whisky (o simili); “Apocalypto” è onesto, ha capito che non si poteva dire in un film il prodigio della conversione latino-americana, anche perché dovuta a Guadalupe e non tanto ai missionari, e dunque ha detto poco, appena accennato. Restano Tarantino e Scorsese. Il primo sufficientemente nichilista e risoluto da potersi permettere di immortalare le cose come stanno: l’umanità senza Dio, un carnaio di corpi dilaniati e impallinati, destinati a decomporsi non appena la conserva invernale verrà meno; la religione, un concentrato di simboli sempre eloquenti e sempre muti, pietrificati, posti ai crocevia della vita, capace però di sopravvivere a stagioni e a carovane, a mode e a discorsi umani troppo umani.

Il secondo, ahinoi, cattolico, di quel cattolicesimo slavato di modernismo in nome della coscienza, per cui incapace sia di grandi gesta religiose sia di grandi gesta irreligiose: la fede è la codardia di un apostata troppo piagnucoloso per risolversi contro Cristo e troppo intellettualoide per risolversi per Cristo (ripeto: intellettualoide, a confronto col compagno di spedizione dimostra di mancare sin delle basi della teologia tridentina, che pure è semplice), non avendo accettato l’obbedienza “perinde ac cadaver” conclude la sua parabola abiurale da cadavere e si trova in mano un piccolo crocifisso di legno destinato a finire in cenere con lui, evidentemente concessogli come inutile amuleto da pietosi buddisti mai convertiti (la moglie di un altro che non si è scelto, mentre si era scelto la vocazione religiosa), sì che col prete fallito si realizza davvero lo spauracchio ventilato dal suo cedevole maestro (Ferreira): aver ridotto il Vangelo a una nuova superstizione nipponica, senza radici e senza futuro – appunto prigioniera del presente vuoto della coscienza.

Secondo step. I grandi registi sono immortalati dai loro film. Gibson confeziona due pellicole in poco tempo, nelle quali esprime un pensiero continuativo: chi è Cristo per me, chi è la Chiesa per me. Messaggio complessivo: Cristo è colui il cui sacrificio, perpetuato dalla Chiesa, estingue i sacrifici del mondo. Anche Scorsese fa il filotto, più nella forma di una inclusione, per cui la sua vasta produzione si vede coerentemente incorniciata tra “The last temptation of Christ” e “Silence”. Anche qui si risponde a due domande: chi è Cristo per me, chi è la Chiesa per me. Il Cristo di Scorsese era un fantoccio nevrotico, delineato sugli schizzi delle tradizione gnostica, la Chiesa di Scorsese è un feticcio in decomposizione pericolante sui residui della rivoluzione modernista (con tanto di gesuiti luteranizzanti). Il Cristo di Scorsese non comprende nulla del Padre e solo per un macchinoso colpo di scena finale accetta di salire in Croce, agisce mosso da costrizioni esterne e non da motivazioni interiori, si accorge di essere stato preso in giro; la Chiesa di Scorsese non comprende nulla di Cristo, i suoi consacrati scelgono la missione per ragioni umane – ritrovare un amico (i.e. salvate il soldato Ryan) -, non interiorizzano il senso dell’evangelizzazione, fraintendono completamente il valore della fede popolana e da ultimo, nell’impossibilità registica di elaborare un nuovo macchinoso colpo di scena finale, soccombono e, nella loro apostasia mai radicale, prendono in giro tutti. E si capisce!, rifiutano di agire per ossequiare al formalismo, seguono la propria coscienza puramente soggettiva, che li consegna all’unica cosa cui essa può consegnarci, al torbido eterno ritorno senza identità e senza utilità (il buddismo è il miglior alter-ego esoterico di tale annichilazione all’occidentale). Però, e di nuovo, troppo debole per saltare al vero nichilismo e troppo orgoglioso per accettare il cattolicesimo: a bientot, Nietzsche. Preferisco Tarantino, che almeno fa una scelta netta. In entrambi i casi, noto en passant, i protagonisti di Scorsese sono dei capelloni, barbettati e frignanti. In entrambi i casi, noto en passant, il Cristo e la Chiesa di Scorsese sono messi in scena a partire da romanzi e non dalla storia né dalla Rivelazione.

Terzo step. Una riflessione su Scorsese: cosa cambia a livello ecclesiologico tra “The last temptation” e “Silence”? Perché lì alla fin fine ci si piega all’osservanza esteriore della tradizione e qui ci si abbandona definitivamente alle maschere nicciane della coscienza? C’entra forse il mutato regime romano, ieri ancora capace di direttive magisteriali e oggi aperto al liberalismo teologico? Oppure, al contrario, non è che il mutamento romano abbia ispirato Scorsese, è che Scorsese, da grande artista, è davvero espressione (tragica) del suo tempo (tragico) e, persino, dell’evoluzione religiosa cattolica dell’ultimo cinquantennio. Sia come sia, la voce narrante conclude nel più francescano dei modi: solo Dio può giudicare – tra preti sepolti con rituali di bonzi e con l’eco di quel “padre Francesco” (Ignazio non ricordo se lo nominino) che al popolino ricorderà più che altro Assisi. Altro dettaglio da maestro, aver a suo modo descritto il ruolo unico del sacerdozio nell’irradicare il cristianesimo in una terra pagana: peccato averne poi celebrato l’abiura. Anche qui, spero sia solo per paranoia, vedo temibili parallelismi romani. E da ultimo, su Scorsese, questo elegante elogio della coscienza “absoluta”, questa esaltazione di una religiosità concreta da non giudicare, così in sintonia con le svolte pastorali concrete, coi capricci della coscienza credente, con le abiure almeno materiali della tradizione matrimoniale in casa cattolica… geniali conincidenze. Mi fermo, non senza ricordare che parlare di “Silenzio” di Dio in un film, in cui “de facto” il vero dio è il regista, impossibilitato a tacere sia pure per un solo momento, ha un che di paradossale e curioso.

Quarto step. Una riflessione su don Malatacca. Non so proprio chi possa essere don Malatacca, ma trovo il suo commento a “Silence” su Aleteia. Urgono un paio di osservazioni. La prima: prometto essere l’ultimo commento di un religioso allineato che oso leggere, dato che al prossimo sfoggio di modernismo politicamente corretto con tante sbavature teologiche e tante forzature ermeneutiche (contro la storia, forse anche contro il film-romanzo) rischio di abiurare. La seconda: il prete foggiano scrive che “i contadini sono semplici, chiedono segni tangibili di fede forse più della fede stessa, perché hanno bisogno, la loro fede è “a tatto”, ma è vera. Per una coscienza semplice calpestare un segno della fede è essenziale, è abiura o martirio; è come se calpestassero il Signore in persona”. E per un prete la fede è astratta? I segni della fede non gli sono essenziali? Nel momento in cui l’inquisitore chiede di bestemmiare il nome della Vergine (la frase campeggia nei sottotitoli dei cinema di tutto il mondo, ma io non ho il coraggio di riprodurla), il contadino non può farlo, mentre il prete sì? Ah beh, siam messi proprio bene e capiamo tante cose sul clero odierno. E poi, quello di padre Rodriguez, checché ne dica il Malatacca, non è un martirio – “Ha vissuto un martirio di vergogna, continuo, per non rinnegare il suo Signore” -, ma è la punizione per una scelta sbagliata, è un castigo divino (nel senso teologico del termine, un’auto-punizione che l’uomo si infligge, quando si ribella alla Verità).

Insomma, al solito i commenti della Chiesa sbragata sono peggio dei film di grido, sempre in ansimo per difendere l’indifendibile e per salvare tutto e tutti, tranne ciò che attiene agli imperativi del Cristo. Quanto a me, preferisco il Suo silenzio oggi alla sua condanna domani. E ora attendiamo il nono film di Tarantino, per risollevare lo spirito

Il pensiero più pericoloso

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NDR: molti hanno letto in questo articolo una critica al Dizionario del Timone. Che dire? Mi sono espresso usando la consueta ironia, ma sono del tutto a favore del Dizionario.

Questo articolo è del 2017 e lo recupero sul mio blog in netto ritardo, considerato che nel frattempo è stato pubblicato il terzo volume della meritevole serie.

Il 2017 si apre salutando l’opera più cattiva degli ultimi lustri, forse più dura e spietata del famigerato “Iota Unum” e più corrosiva e veggente del magistrale “Dizionario dell’omo salvatico” e ovviamente parliamo del “Dizionario Elementare del Pensiero Pericoloso”. La troika di studiosi milanesi, Barra-Iannaccone-Respinti, dopo l’avventura del “Dizionario Elementare di Apologetica”, considerata da molti un sotto-prodotto vintage dalle tiepide ricadute socio-culturali, ha atteso che l’avversario calasse la guardia e ha infilzato in tempi record il secondo volume della collana, monumento del politicamente scorretto, inno al controcorrente, feticcio che getta fumo negli occhi di pressoché tutta l’intelligentija cattolica vivente.

Il Dizionario del Pensiero Pericoloso saccheggia la produzione intellettuale di 200 personaggi, tra cui alcuni indiscussi guru del salotto mediatico e clericale – Augias, Bianchi, Bonino, Cacciari, Mancuso –, parecchi venerati maestri in onor dei quali ancora non si è spento il rantolio delle devote prefiche – Martini, Eco, Pannella, Milani –, oltre che i più scontati mostri sacri della dittatura cerebrale di ieri e di ieri l’altro – Rahner, Heidegger, Leopardi e Lutero –. I curatori si smarcano, o almeno ci provano, “non è certo una ‘lista di proscrizione’” e menomale, ché di questi tempi ci pensa già la Chiesa della Misericordia a compilare liste e a far cadere teste, in un clima di minaccia e ritorsione che meglio di ogni altri esemplifica con che mira la Catholica sia stata preparata a farsi ospedale da campo. “Non è affatto un giudizio sulle persone, non vuole nemmeno essere una valutazione sintetica sull’opera complessiva degli autori citati” e cara grazia, chi siete voi per giudicare? ché poi magari un po’ di questi autori son pure froci, per cui l’arrischio si fa davvero grave. “Il lettore troverà anche nomi che possono accampare meriti culturali, storici, perfino teologici che nessuno intende sminuire, accanto ad altri dal profilo più marcatamente e complessivamente negativo” gesuitizzano, lasciando a noi l’egro compito di stabilire chi appartenga al primo e chi al secondo insieme.

Ma non è tutto e qui il pensiero si fa, altro che pericoloso, corusco e ci sottrae qualsiasi ombra di ‘dubia’: “Si tratta piuttosto di un’evidenziazione di quelle parti della loro opera oppure di quelle prese di posizione che risultano problematiche o in contrasto con i parametri [cattolici] di cui sopra”, ecco il sugo della storia, nel fatto che, per tanti e quanti ottimi libri e testi e discorsi e predicozzi abbiano confezionato e diffuso i grandi maîtres su citati, basta un solo passaggio ambiguo o, peggio, controverso, a rendere pericoloso il loro pensiero. Che è quanto denunciò tempestivamente Spaemann, ricordando che la bontà di certi testi, quelli impicciati con la verità (cattolica su tutte), fa rima con perfezione, sì che una sola macchia e contraddizione ne inficia la portata. Con questo arriviamo alle conclusioni, nostre e dei curatori pure: “l’insieme delle ‘voci’ è tutt’altro che esaustivo”, che è poi il più scorretto di tutti i pensieri, in quanto lascia al lettore di immaginare con quale “voce” saremo costretti ad aggiornare il Dizionario nelle sue prossime edizioni. Ma questo lo concedo alla vostra indomita fantasia.

Le ‘Tracce’ luterane di don Buzzi

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Non capirò mai come funziona la psicologia dei formatori di seminario, i quali temono come la scabbia qualsiasi riferimento alla Tradizione nella sua forma propria (liturgica e teologica in primis), mentre non avvertono alcun rischio nel mettere i loro studenti alla mercé di pesanti influssi ereticali (i convegni su Lutero riempiono i seminari ormai vuoti): o sono imprudenti, o sono malevoli, oppure non credono essi stessi che Lutero e soci valgano alcunché, né dunque che influenzino alcunché. Non lo capirò mai.

Più facile comprendere come mai un teologo o un dotto possa comportarsi similmente nei confronti del popolo cattolico, in sé poco preparato e facilmente influenzabile, posso comprendere che un cattedratico sia lontano dal cogliere le dinamiche di fede concreta e ordinaria e posso comprendere che a un cattedratico non interessi una mazza delle sorti del popolino (Marx salvaci tu, questi al popolo manco più l’oppio: la cicuta direttamente!).

Capirò sub condicione la presa di posizione di CL, movimento accattivante che mi sfugge e del cui lessico interno non riesco a decifrare mezza sillaba: mi sono pippato tutta la filippica di Carròn sulla “forma della testimonianza”, ma non ci ho cavato un ragno dal buco. Però sono sicuro che, condotto da un buon ermeneuta dell’Era Giussanica, potrò capire il loro linguaggio e dunque potrò capire certe linee seguite, per esempio, da Tracce.

Non fosse così, sarei obbligato a ritenere che il mensile ciellino sia scaduto ai livelli di Jesus e Famiglia Cristiana. Apro il numero di ottobre e trovo l’intervista al simpatico don Franco Buzzi. Buzzi è un ottimo studioso, ma appunto è uno studioso, uno che deve miscelare le sue conoscenze coi luoghi comuni dell’Accademia e della piega di decadenza ad essa connaturale. Il tema trattato è il rapporto Chiesa-luterani e i mantra sciorinati sono i soliti: i cattolici erano barricati e ora non più; i processi storici di cui fu protagonista Lutero non erano irreversibili; la politica ha piegato la teologia; ora siamo diventati amiconi; se Roma non avesse fatto la ‘fighetta’ avremmo evitato la spaccatura; in fondo tutti testimoniamo Cristo; io ho ragione e se qualcuno non è d’accordo è perché è carente di autostima (ha “paura”) e perché non ha fede (“la fede vissuta apre”).

Partiamo dal fondo: ma perché tutte le volte che coi progressisti parli di questioni storiche o dogmatiche e insomma teoretiche, hanno sempre bisogno di buttarla sul personale o sullo psicologico o sull’etico e insomma deviano il discorso (la fanno fuori dal vaso, per dirla in termini freudiani)? Io ritengo che si debba avere le palle di scegliere il campo di battaglia: l’offesa personale o il confronto teoretico; una volta scelto, i concorrenti sono pregati di non sottrarsi alle regole pattuite.

In attesa della scelta, considero più importante la ratifica tridentina e il sostegno di schiere di santi alla Controriforma rispetto alle chiacchiere da salotto di un qualsivoglia accademico, per cui, dovendo giudicare qualcuno, non giudicherò i santi riformatori carmelitani di non aver “assimilato fino in fondo l’appartenenza a Cristo”, né infamerò quanti di tali santi si fanno imitatori, ma al massimo – se mi costringete – accuserò i dotti poltroni contemporanei di aver perso lo smalto della prima e vera fede, in fondo a noi peccatori, dottorati o meno, valgono sempre ed ugualmente i moniti di Apocalisse: “Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima” (Ap 2,4).
Che poi si possa affermare una “comune testimonianza da rendere a Cristo” è vero quanto inutile: anche i mormoni la rendono e anche, in certo senso, i teosofi alla Gurdjieff. Ma cosa si testimonia? L’amore ai poveri e la cura del malato? Questo lo sanno fare anche atei e mangiapreti. Cosa? La Risurrezione? Sì, ma senza tanti e tanti elementi della fede che per un cattolico sono determinanti e non negoziabili. La verità è che per mettersi insieme, fianco a fianco, a dar una scodella di minestra ai poveri, non serve certo esser tutti cattolici, ma soprattutto – e qui sta il punto – non serve nemmeno fare alcun tipo di ecumenismo: ci si dona alla causa e basta.

Veniamo ora alle colpe di Roma. Buzzi sostiene: “Lutero si trovò nella situazione di dover ordinare pastori prescindendo completamente dalla Chiesa cattolica. La Chiesa di Cristo va avanti attraverso i Sacramenti e, non trovandosi nella condizione di poter procedere con il consenso di Roma, sono andati avanti senza”. Io mi chiedo se questa frase sia detta per scherzo o meno. Lutero non si trovò nella situazione di dover ordinare nessuno, Lutero al massimo si incaponì con superba testardaggine di dover ordinare preti. Nessuno mi costringe a divenire milionario, per cui non posso dirmi “costretto” a rubare e frodare a fini di lucro personale. Ecco un caso in cui calzava l’accusa di cui sopra: Lutero non ha avuto “fede”, ha avuto “paura” che il suo show decadesse, non ha saputo “appartenere a Cristo” e quindi si è ostinato nel disastro. No, ma la logica è un souvenir in certe aule e biblioteche. E Lutero è un santo. E io un astemio.

Di qui si passa al rapporto politica-fede: un intreccio mai banale, lo riconosco, ma che mi risulta piegato a una retorica troppo bolsa, se si vuole nascondere il trauma del credere imputando sempre tutto ai prìncipi e così nascondere la polvere dell’eresia formale sotto il tappeto dell’ambizione imperiale, a meno di ammettere che Lutero sia stato uno stolido imprudente, un guru improvvido, uno che pretendeva di “ministrari” e si è trovato – ahilui – a “ministrare” (l’opposto del Divin Maestro).

Quanto all’irreversibilità dei processi storici – quinto punto – concordo in pieno: poteva essere evitata la sciagura luterana, proprio per questo bisogna fare di tutto per evitare che gli influssi sterili di tale pianta si innestino nel cuore del cattolicesimo oggi.
Quanto alla comune amicizia, direi che è un puro nome. C’è un’amicizia di utilità, dovuta all’impostazione dello Stato di diritto, in cui si vive la pace contrattuale, mettendo tra parentesi l’opzione religiosa personale. Altro non vedo. Se devo dedicarmi alla fede, ho davvero poco da spartire col luterano. Anzi, dato che il credere è un fenomeno complesso, potrei trovarmi di fatto ad avere più punti di sintonia con l’islamico moderato che non con l’eretico ostinato. In ogni caso, non ci sgozziamo più a vicenda, questo sì, però non mi è chiaro se ciò sia l’effetto dell’ecumenismo o non invece, al contrario, ne sia la causa (da cui la semi-inutilità del medesimo).

E infine chiudo con la chicca del professore: “non esistono le basi per una reciproca scomunica”. Gran frase, peccato che la scomunica vige nella sua forma più alta: la negazione dell’intercomunione. Ma lui lo sa e infatti intendeva dire altro; ma anche io so che lui sa e che voleva dire altro ed è qui il problema: è giustappunto il momento di dire quell’unica cosa, che non c’è intercomunione perché c’è la scomunica (fatti salvi i documenti ecclesiali depositati), perché allora ci intratteniamo a parlare d’altro?

Una cosa ci giova a tirare le fila: la rivista che riporta l’articolo bomba è Tracce, mica il Timone, e allora mi spiego un po’ di più com’è che di tante cose ha lasciato un’impronta in questa sede, ma con nessuna di esse ci ha indicato una rotta affidabile. Oppure sarà che sono un pessimo segugio?