Romano Amerio e il sinodo dei giovani

Pubblicato su Campari

“Se non lo trovi nella Summa, cercalo in Iota Unum”. Non mi ricordo chi lo dicesse, ma credo sia un consiglio che non si discute: si applica. Lo applico all’argomento fuffa dell’anno, la preparazione al Sinodo dei Giovani. E inizio pure a chiedermi cosa c’entri e come mai si affianchi questo nuovo evento ecclesiale con le tristi iniziative antiliturgiche a antidogmatiche in auge, generalmente sussumibili nell’etichetta ‘luteranizzazione della Chiesa e demolizione della medesima’. Forse che i giovani sono il grimaldello da agitare contro la tradizione?

Andiamo per gradi e proviamo a sfogliare insieme il capitolo che Romano Amerio dedicò ai rapporti tra Chiesa e gioventù. Si tratta dell’ottavo capitolo dello Iota, composto di soli quattro paragrafi §§85-88 (pp. 186-192, ed. Lindau).

§85. Cominciamo dal paragrafo 85, nel quale il filosofo luganese presenta la visione classica relativa alla gioventù e all’educazione. La giovinezza è una “età di imperfezione naturale e di imperfezione morale”, in cui vige più che mai il “periculum tentationis” (S. Agostino). Per questo il giovane ha bisogno di maestro, in quanto “è un soggetto in possesso della libertà e deve essere formato ad esercitare la libertà”. E qui sta la delicatezza del compito educativo, che si trova ad “avere come oggetto un soggetto” e ad esercitare dunque un’azione che è “un’imitazione della causalità divina” secondo che “produce l’azione libera dell’uomo proprio in quanto libera”. Ne discende, nell’ottica dell’Amerio e dei classici, l’imperativo: “non si può trattare… i giovani come maturi, i proficienti come perfetti…, il dipendente come indipendente”.

§86. Il secondo paragrafo presenta le variazioni culturali contemporanee più evidenti a livello culturale in ambito pedagogico. Tradizionalmente il primo compito del pedagogo era presentare alla gioventù l’intero della vita, che è “difficile o, se si vuole, seria” a causa della natura debole e incline al male dell’uomo. A partire da ciò l’individuo veniva chiamato non a “realizzarsi, ma a realizzare i valori per cui è fatto”, con tutta la mole di fatica e impegno che ciò comporta. Ed ecco la variazione: oggi – Amerio scrive negli anni ‘80 – la vita è presentata come gioia, l’obiettivo è posto nel realizzarsi, gli ostacoli conseguentemente appaiono solo come scandali ingiusti, mentre gli adulti rinunciano all’esercizio dell’autorità “per voler piacere”.

§87. A questo punto Amerio entra in merito alla dimensione religiosa ed accusa due discorsi pontifici di aver progressivamente variato la lezione cattolica su giovani ed educazione. Anzitutto si rimanda al discorso di Paolo VI del 1971 ad un gruppo di hippies: i quattro suggerimenti papali, contestati dal nostro autore, sono la spontaneità, la liberazione da certi vincoli formali e convenzionali, la necessità di essere se stessi e lo slancio a vivere e interpretare il proprio tempo. Quattro indicazioni ove oscure (essere se stessi?) ove contraddittorie (es. spontaneità vs ricerca). Interessante la chiosa dell’Amerio “certo il Papa parla qui opinativamente e non magistralmente”. Nel discorso del 3 gennaio 1972 andiamo peggiorando e si approvano il naturale distacco dal passato, il facile genio critico, l’antiveggenza intuitiva dei giovani. Anche qui le critiche puntuali e concise non si risparmiano (lascio a voi di andarle a leggere nel testo), mentre il Papa è visto inclinare sull’onda dell’entusiasmo verso una “dossologia della gioventù”.

§88. Il quarto paragrafo esamina alcuni discorsi dell’episcopato elvetico – Amerio era legato a quelle diocesi e sovente nel suo Iota porta ad esempio la decadenza delle medesime. Riporto per intero la sezione correttiva redatta dall’autore, in essa si confutano uno ad uno gli ideali precedentemente sollevati dai pastori svizzeri nelle allocuzioni citate dal testo: “l’autenticità, in senso cattolico, non consiste già nel porsi come naturalmente si è, ma nel farsi come si deve essere, cioè ultimamente nell’umiltà. La disponibilità poi è per sé adiafora e si qualifica come buona soltanto dal bene cui l’uomo si rende disponibile. Il rispetto dell’uomo esclude il disprezzo del passato dell’uomo e il ripudio della Chiesa storica. L’insofferenza della mediocrità, oltre a mancare di determinatezza, è contro la saggezza antica, contro la virtù di contentamento e contro la povertà di spirito. Che poi siamo in presenza di nuovi traguardi umani e religiosi è affermazione che… dimentica non esserci altra creatura nuova oltre a quella ri-fondata dall’uomo-Dio, né altri traguardi che quelli da lui prescritti”.

Non si aggiunge molto altro in Iota Unum, ma quanto riportato può bastare per avere l’attrezzatura concettuale minima ad affrontare le retoriche dei prossimi mesi.

Anzi, alla luce della riflessione ameriana scaturiscono purtroppo un paio di considerazioni ulteriori.

La prima è che, nonostante tutto l’affetto che chi scrive prova per il beato Paolo VI, è innegabile che davvero in certi discorsi di allora si siano già creati i precedenti per un paradigma comunicativo pontificio debole e ambiguo, schiavo dei tempi (in senso storicistico: esser vittima delle mode culturali) e ben poco edificante di per sé. La seconda è che si fa strada una tentazione, accennata nell’incipit dell’articolo: forse l’attenzione del Papa per i giovani ha solo uno scopo strumentale – e quindi intrinsecamente anti-pedagogico, perché tratterebbe i soggetti come meri oggetti – finalizzato ad alimentare il disprezzo per la tradizione e la rincorsa del nuovo per il nuovo, agitando contraddizioni, ideali indeterminati, sogni pericolosi? Lo scopriremo. Ma speriamo di non perdere anche i giovani, dopo aver perso la famiglia e l’Eucaristia.

Gay è bello. Ma triste.

Un appello per dire a tutti i ragazzi che si trovano nelle sue condizioni, ciò che nessuno è riuscito a dire a Simone, il giovane di 21 anni morto suicida a Roma sabato scorso: “Essere gay non è brutto, ma è normale”. Esattamente come lo è essere eterosessuali.

Auguri agli appellanti. Purtroppo credo che a questa bufala – cioè che essere gay non sia brutto e non comporti sofferenze immensamente più fitte di qualsiasi rete di simpatizzanti buonisti e generosi od opportunisti – potranno credere, Iddio lo voglia!, in molti, forse, ma non in molti omosessuali.

Il tutto io appoggio, sempre nella speranza che gli appelli si moltiplichino e si raffinino, però non solo a beneficio dei giovani suicidi gay, ma possibilmente di tutti i giovani suicidi. Ammesso e non concesso che la vita di un adolescente non-gay valga almeno quanto quella di un adolescente gay…

Infine: attenti. Una delle cause di moltiplicazione di suicidi… è la pubblicizzazione e spettacolarizzazione di suicidi. A buon intenditor!

Il suicidio è aumentato tra i bambini, almeno fra i maschi, e specialmente tra gli adolescenti (rappresenta la seconda causa di morte dopo gli incidenti). Nell’età fra 15 e 24 anni, i casi di suicidio sono aumentati dal 1970 del 50% per i maschi e in modo trascurabile per le femmine. Negli anni ’90 in USA l’incidenza media di suicidi tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni è stata di 12/100000 con un rapporto maschio:femmina di 4:1. L’incidenza di suicidio tra i bambini tra i 5 e i 14 anni continua a essere molto più bassa ma rappresenta una valutazione minima perché la designazione ufficiale di morte per suicidio generalmente richiede dimostrazione di intenzionalità. Perciò, molte morti attribuite a incidenti (p. es. automobilistici e con armi da fuoco) sono in realtà dei suicidi.

Fattori predisponenti sono: una storia di suicidio tra i membri della famiglia o amici stretti, una morte recente in famiglia, abuso di sostanze e disturbi del comportamento (v. prima). I fattori precipitanti spesso implicano la perdita dell’autostima (p. es., durante discussioni in famiglia, per un episodio disciplinare umiliante, una gravidanza, un insuccesso a scuola), una delusione in amore, il venir meno dell’ambiente familiare (scuola, vicini di casa, amici) per trasferimenti. Altri fattori possono essere la perdita di struttura e limiti che conduce a una schiacciante sensazione di perdita di una guida, o l’intensa oppressione da parte dei genitori che determina la sensazione continua di non soddisfare le aspettative. Una frequente motivazione per un tentativo di suicidio è lo scopo di coinvolgere o punire gli altri con la fantasia “tu soffrirai dopo la mia morte”. Si vede un aumento dei casi di suicidio dopo un suicidio molto pubblicizzato (p. es., quello di un cantante di fama) e tra una popolazione in cui ci si può identificare (p. es., in una singola scuola secondaria o nella casa dello studente), indicando l’importanza della suggestione. Può essere d’aiuto un intervento sociale precoce per portare supporto ai giovani in tali circostanze.

Harlem Shake: genesi e apocalisse (II)

Convincente o meno, la tesi di M. E. Jones avrebbe avuto almeno il pregio di essere una proposta impegnata. Ma sarebbe stato tutto troppo bello.

Quando oggi parliamo di harlem shake, non ci riferiamo infatti a G. Dep., né alla cultura afroamericana, né alla rivoluzione culturale anti-cattolica americana e via dicendo. Ci riferiamo invece alla recente canzone “Harlem Shake” del dj Baauer, perfetto esempio di fidget house (ennesimo parto del detonato cespite house).

 Successivamente sulla base de pezzo di Baauer un diciannovenne Filthy Frank avrebbe creato il video “Do the Harlem Shake”, felice esempio di subcultura giovanile che ha contagiato in men che non si dica mezzo orbe.

E qui non c’è Jones che tenga. I primi a non riconoscersi in questa moda giovanile sono proprio quei black che dell’harlem shake originale hanno fatto la loro passione e il loro cavallo di battaglia.

D’altra parte il fenomeno merita due appunti.

Anzi tre.

Il fatto che, a quanto pare, non si tratti di un prodotto pensato a tavolino, ma di una realtà affermatasi dal basso ci consola a metà. Anzi, mi allerta.

Primo, perché significa che il germe della degenerazione ha attecchito a tal punto, che un qualsiasi teenager può portare già in sé i principi. E ha tutti gli strumenti per diffonderli.

Secondo, perché tanta banalità e volgarità trovano subito milioni di riscontri positivi nel mondo: vuol dire che la gioventù è sintonizzata sugli stessi squallidi canali.

Terzo, perché appunto di banalità si tratta. Cioè di una banalizzazione di ciò che è cattivo prima che stupido, e stupido prima che cattivo. In questo senso c’è da rimpiangere le stagioni di lotta culturale alla M. E. Jones. Niente da fare, ormai siamo entrati in una nuova stagione, un girone più giù.

Un secondo appunto riguarda i contenuti. Negativi al di là della loro intenzionalità ricreativa (ma perché: il male è mai stato capace di ricreare alcunché?)

I protagonisti appaiono in maschera: mostri, animali, cartoon, fetish, aggregati bionici. Impossibile non pensare al processo di de-umanizzazione che già tocca la società adulta in tanti suoi aspetti.

I gesti: per lo più l’alternarsi di imitazioni di ubriachi o di movenze sessuali. È il tripudio delle passioni. È il fonte della cultura rivoluzionaria, direbbe Plinio Correa de Oliveira (Rivoluzione e Contro-rivoluzione, Sugarco 2009).

Infine, in alcune sue evoluzioni più recenti, questa celebrazione banalizzata del nichilismo culturale giovanile, autentica carnevalizzazione del quotidiano, torna a citare la sua più dotta progenitrice, la medievale e sacrale Totentanz.

Come in questa lo scheletro della morte “danzava” tra la gente del mondo – ricchi e poveri, chierici e laici, giovani e vecchi – fino a condurli tutti con sé nel proprio regno senza vita; così nell’harlem shake il video sovente si apre con un solo personaggio mascherato che inizia a “danzare” in un gruppo di giovani noncuranti, salvo poi, al mutare della scena, averli trascinati tutti con sé nel ballo lascivo.

 

Ma dai, sono ragazzate. A che pro indignarsi?

E infatti io non mi indigno. Semplicemente prendo nota.

Per esempio prendo nota di quegli oratori in cui ragazzi e animatori si sfidano a chi realizza l’harlem shake più bello. Ovviamente epurato dei suoi riferimenti più triviali. Ovviamente.

Non mi indigno, ma mi dispiaccio. Il mio sogno – che poi non era il mio – era quello che la gioventù cattolica traghettasse il mondo verso lo splendore di Cristo. Non che si mettesse al traino del sub-culturame post-cattolico di tendenza, subendone il pensiero e i gesti.

E sia. Speriamo che, nonostante questo, in qualche modo si riesca a “get things right between ourself and God”.

Let’s get it.

Harlem shake: genesi e apocalisse (I)

Parliamo di Harlem Shake.

Harlem Shake è un ballo, anzi una danza. Non una danza a caso, ma uno di quei prodotti tutti particolari che hanno visto la luce nei sobborghi afroamericani, quali sintesi di stile e cultura, di ideali e comunicazione, di aggregazione e originalità.

Nasce negli anni ottanta, ma viene alla ribalta col video “Let’s get it” di G. Dep.

G. Dep è l’abbreviazione di Ghetto Dipendente, nome in arte di Trevell Coleman, un nativo del quartiere di Harlem, che sta ora scontando una pena di 15 anni nel George Motchan Detention Center in Rikers Island per omicidio, pena che lui vive come un tentativo di “get things right between himself and God” (come ha lui stesso dichiarato al mensile musicale “The Billboard”). Ovviamente tra Harlem e Rikers Island ci dobbiamo mettere un paio di dozzine di fermi per furto, droga e simili scaramucce (pare che dal 2003 in poi se ne contino 25).

[trovate QUI una video intervista a Coleman]

Insomma un ritratto perfetto di un perfetto uomo di Harlem, il più adeguato a diffondere un nuovo stile di danza e di vita di Harlem, l’Harlem Shake appunto. Esibizione improvvisata, basata su un repertorio di figure corporee standardizzate, vagamente simile alla street dance (il paragone vale solo per i profani del genere, come il sottoscritto), legata al mondo del rap e derivati.

Fosse tutto qui il fenomeno, sarebbe anche facile spenderci due parole. Lo farei ovviamente riferendomi agli studi di Michael E. Jones, intellettuale del cattolicesimo intransigente americano, che considera lo sviluppo musicale americano – dal jazz al rock fino al rap e alle propaggini più recenti, probabilmente harlem shake incluso – come lo strumento di comunicazione attraverso cui i valori della Rivoluzione sono stati istillati nelle masse popolari (dopo l’insuccesso dell’intellettualismo letterario nietzscheano e dell’elitarismo musicale schoenberghiano). Secolarismo, degenerazione morale, dissesto della famiglia, perversione sessuale, e chi più ne ha più ne metta: tutto questo non avrebbe raggiunto tanto radicalmente e tanto velocemente le masse, incubate da secoli di tradizioni caste e svezzate da ritmi culturali lenti e severi, se la musica – abbandonata la sua classica funzione nobilitatrice – non li avesse corrotti fino al midollo. Di questo e di altro si parla in “Il ritorno di Dioniso” (Effedieffe 2009).