Dialogo in sinagoga…e in terra santa

E’ vero che non vanno confusi i piani: l’aspetto teorico e quello politico si devono affrontare separatamente, almeno nell’attuale contesto di tensione. Ma resto convinto che un dialogo fruttuoso che vada oltre la diplomazia delle esteriorità, non porterà ad alcunchè finchè non si risolveranno alcuni punti di base: l’apprezzamento reciproco, per esempio.

E dichiarazioni come la seguente mostrano che almeno in Terra Santa (e dovunque la campagna sionista sia appoggiata senza se e senza ma) siamo lontani da ogni minimo traguardo

As one Arab Christian told The Jerusalem Post recently, speaking anonymously for fear of backlash: “We’re trapped between two larger peoples that don’t like each other … and they don’t like us either”

Haiti, “cattivi” pensieri 1

Prendo spunto dal bellissimo articolo di Socci su Libero del 16.01, dove gli riesce di individuare l’unica malattia mortale – trasmessa per via sessuale – cui non si sia ancora trovato rimedio: si tratta della vita.

L’articolo di Socci svolge una riflessione sapienziale sulla precarietà della nostra vita.

Io mi sento più incline ad un pensiero escatologico, allora permettetemi poche cattiverie, anzi irriverenze

Primo: capiterà di sentire qualcuno parlarci del castigo divinoSo già l’obiezione: tanti bambini, tanti innocenti, quale castigo meriterebbero? E ancora: ma se Dio – almeno per i cristiani – è misericordia, perchè dovrebbe castigare?
Rispondo: quando gli antichi profeti anunciavano il castigo divino (si trattasse di profezia sul futuro o di rilettura del passato, come preferiscono alcuni esegeti oggi) non credo avessero davanti a sè un popolo tutto cattivo e colpevole. Credo invece che gli  antichi profeti sapessero leggere nella tragedia imminente o trascorsa un senso superiore

E appunto, non potendo attribuire a Dio la cattiveria, perchè Dio è buono, abbiano capito che qualsiasi Male è complementare alla nostra malizia.

Penso c’entri qualcosa il Peccato Originale quella cosa per cui sappiamo di essere colpevoli anche quando ci sentiamo innocenti.

Insomma: il terremoto di diritto se lo meritavano altri, ma se lo son beccati i poveri haitiani, ci serva almeno come spunto per riflettere sulla nostra solo presunta innocenza per ammettere che ci meriteremmo un castigo di Dio e per convertirci e scongiurarlo

(Continua…)

Di Segni insegna: l’antigiudaismo

Su Avvenire del 13.01 a p. 21 un’interessante intervista al rabbino Di Segni. Interessante almeno perchè si puntualizza un termine cardine; noi poi lo  contropuntualizzeremo. Riporto lo stralcio:

Non crede che dalla visita verrà anche l’ennesimo fortissimo no all’antisemitismo?
Francamente penso che oggi il problema sia l’antigiudaismo, che è una cosa differente, ma non meno pericolosa. L’antisemitismo è un odio su base razziale e la Chiesa non può essere razzista. Ma l’ostilità antiebraica può esistere anche a prescindere dall’odio razziale ed è su quello che dobbiamo fare chiarezza, anche se devo riconoscere che sono stati fatti dei progressi sostanziali in questi ultimi anni.

Ah, finalmente! Finalente qualcuno ha capito che c’è una differenza tra antisemitismo e antigiudaismo. Finalmente si è capito che la Chiesa cattolica – cioè universale – non può discriminare razze. E a dirlo è un ebreo di rinomanza indiscussa.

Sul resto non concordiamo. Ma, che volete vi dica… un passo alla volta.

Ratzinger e la chiesa liturgica

Secondo Paolo Rodari è chiaro il cammino che Ratzinger sta facendo percorrere alla Chiesa. Un cammino di coraggiosa apertura alle Sue tradizioni, anche a quelle che sembravano sepolte o destinate a rade elites.

Ora già sono note le aperture pastorali del pontefice, ma forse a qualcuno sfuggono sfumature interessanti: si è già scritto altrove del doppio binario ratzingeriano: un assaggio in avanti e uno indietro.

E infatti si è notato che, all’occorrenza, Ratzinger riesce a diventare il massimo nemico dei progressisti o il più biasimato dai tradizionalisti; Il papa del dialogo o quello della rottura diplomatica; L’uomo simbolo dell’oscurantismo clericale o il professore applauditissimo; Ratzinger approva gli statuti Neocatecumenali, Ratzinger apre ai tradizionalisti con messe  e motu proprio; Ratzinger riconosce le virtù di Giovanni Paolo II, e insieme sorprende con l’appoggio a Pio XII; Ratzinger rinfaccia la violenza di Maometto, Ratzinger prega nei lager, Ratzinger non si fa incerottare da rabbini

Beh, magari non è un caso. Questo testimonia il desiderio e lo sforzo di Benedetto XVI per far camminare la Chiesa in continuità col Suo passato e la Sua storia.

Non tutti – sostiene Rodari su dichiarazione di Messori su dichiarazioni di mons. Ratzinger – hanno avuto sempre questo buon proposito. Alcuni avrebbero preferito rompere col trascorso e costruire tutto dal ground zero o più giù

“Ratzinger mi disse che non fu lui a cambiare, ma cambiarono loro. Ratzinger voleva un Concilio in continuità con la tradizione passata. Gli altri si misero a promuovere una linea di rottura col passato. Ma non nel nome di questa rottura l’allora teologo bavarese aveva spinto perché il Concilio lavorasse più diffusamente di quanto lo stesso Giovanni XXIII all’inizio aveva pensato dovesse lavorare”.

Quindi il papa attuale non è in nulla solidale col progressismo della rottura. Né pure la sua linea è un tradizionalismo chiuso a riccio sul passato. Direi che Ratzinger sta realizzando la quaestio de ponte per la Chiesa: ed è interessante vedere come lo fa.
Sempre secondo Rodari, che lo ricava dalle parole del’ex arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, il cardinale Antonio Cañizares Lloverai, il ponte consisterebbe nella cura liturgica.

Per la situazione religiosa e culturale in cui viviamo e per la stessa priorità che corrisponde alla liturgia nella vita della chiesa, credo che la missione principale che ho ricevuto è promuovere con dedizione totale e impegno, ravvivare e sviluppare lo spirito e il senso vero della liturgia nella coscienza e nella vita dei fedeli; che la liturgia sia il centro e il cuore della vita delle comunità; che tutti, sacerdoti e fedeli, la consideriamo come sostanziale e imprescindibile nella nostra vita; che viviamo la liturgia in piena verità, e che viviamo di essa; che sia in tutta la sua ampiezza, come dice il Concilio Vaticano II, ‘fonte e culmine’ della vita cristiana.

Non ci stupisce. La liturgia è quanto di più lontano ci sia dall’attivismo, dall’utilitarismo e dall’estetismo del falso corrente. Ed è quanto più capace di vivificare dall’interno il nostro fare e il nostro impegnarci.

Insomma una speranza aperta, ma una speranza concreta. L’alternativa alla quale parrebbe essere un buonismo di fondo nichilistico, ben descritto in un recente fondo da Messori:

Il mondo è questo, non c’è speranza di mutamento, né per credenti né per non credenti. La sola possibilità sta in quello scrollare il capo, sorridendo tra il malinconico e il rassegnato, con cui Verdone chiude il film, mentre il precario collegamento con Roma si interrompe. È la vita, bellezza, nessuno può farci niente! Realismo, certo. Ma che slitta verso lo scetticismo, se non il nichilismo, se ad esso non si affianca l’afflato di Speranza che deve animare il credente. Problematico definire «cattolica» una prospettiva dove c’è posto solo per il sorriso rassegnato di chi è ormai convinto che nulla cambierà mai, che ogni attesa di un mondo più umano è cosa da riderci sopra.