L’Osservatrice Romana

Posted on 24 novembre 2013


Articolo apparso in due parti su Campari & De Maistre lo scorso agosto.

Prima parte

Seconda parte

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Benedetto XVI è stato realmente un alter Benedictus, capace di offrire al mondo una regola fatta di pensieri e forme che, se eseguiti docilmente ed umilmente dai fedeli, avrebbero innescato l’auspicata riforma ecclesiale, lenta e irrefrenabile, come fu l’ascesa benedettina a tutto pro dell’Europa cristiana.

Francesco si sta confermando in questi mesi come alter Franciscus, uomo di fede profonda e vissuta, attraversato da un carisma che cattura e spiazza, immediato e ad effetto, che potrebbe rinvigorire la Chiesa dal basso, qualora venisse ben recepito e non strumentalizzato dal popolo. Però, come Franciscus, così Francesco non sembra tanto uno da regole scritte.

E qui sta l’insidia. In quanto strumentalizzare Francesco diviene facile (con Benedetto XVI bisognava invece ricorrere all’indifferenza o alla calunnia). A volte più banalmente si rischia di non capire davvero cosa voglia dirci, e di mettergli in bocca qualcosa di nostro anziché qualcosa di suo. Temo che questo sia avvenuto anche gli scorsi giorni, particolarmente in riferimento al discorso sulla donna che Francesco avrebbe svolto durante il colloquio con i giornalisti a Rio. Ho in mente in particolare un articolo di Lucetta Scaraffia per OR.

Mi sia concessa un’ampia premessa generale.

I PARTE

Personalmente non condivido la linea ‘femminilista’ dell’OR, capitanata dalla stessa Scaraffia, di dedicare un inserto alle Donne. Non solo perché rischia di commercializzare l’OR, quasi fosse un quotidiano di grido e dovesse per questo far concorrenza a “La Repubblica delle Donne” e simili. Ma molto più perché reputo ideologicamente falsa l’opzione di trattare la donna come un ‘diverso’. Costanza Miriano pochi giorni fa, scrivendo una lettera ad un amico omosessuale, precisava: “avrei voluto scrivere caro amico omosessuale, ma perché dovresti essere definito dal tuo orientamento? Io non mi definisco mai eterosessuale, e mi offenderei se qualcuno lo considerasse il mio tratto distintivo”.

Ora, mi chiedo se abbia senso che il quotidiano della Santa Sede metta in rilievo la differenza di genere come tratto distintivo del e nel Popolo di Dio. So che la sessualità ha a che vedere con il divino – stante la teologia cattolica –, ma allora avrei chiesto un inserto sulla sessualità – maschio e femmina li creò – e non sulle donne. La scelta di isolare l’attenzione sulle donne non manca infatti di retaggi sessantottini, che si inscrivono in una triste parabola: quella che dal progetto rivoluzionario di emancipazione economica marxista, scivola nel progetto rivoluzionario di emancipazione femminista, per puntare sul progetto rivoluzionario di emancipazione omosessualista, fino all’inquietante manifesto cyborg-transessualista ispirato a disumani pastiche arazionali. Che questo sia il piano inclinato prescritto dalla logica rivoluzionaria è ben dimostrato dagli studi di Judith Butler e Donna Haraway. Che in realtà possiamo fermarci a realizzazioni meno drastiche dell’anarchismo post-nichilista delle due su citate, è cosa auspicabile e storicamente possibile. Che attualmente siamo pencolanti tra la seconda e la terza delle fasi da me tratteggiate in modo semplificato, è patente a ciascuno. Che la linea ‘femminilista’ di OR rischi di prestare il fianco al degrado rivoluzionario, mentre cerca di tamponarne gli eccessi con lo strizzare l’occhio al ‘lato buono’ del femminismo, è un timore da cui non mi sento libero; specie dopo aver letto certi articoli su OR.

Tutto questo – l’apertura strumentalizzabile di Papa Francesco e la logica para-femminista ingenua di OR – mi rende di certo più suscettibile davanti a certi proclama. Ben venga una valorizzazione del femminino religioso, ben venga l’incentivazione di una “teologia della donna”, ma siano fatte con la fede di Francesco. Quella fede per cui il Papa trasuda preghiera e affidamento anche mentre compie un gesto di bassa levatura, quale il porre un palloncino gonfiabile sull’altar maggiore in Santa Maria.

Ora mi chiedo: noi siamo in grado di fare una teologia della donna che ci riporti all’essenziale – cioè Dio e non la donna; eventualmente facendoci cogliere come ci si avvicini a Dio attraverso lo specifico della forma femminile – e che alimenti la nostra fede? La nostra preoccupazione in questo ambito è legata al divino e alla vita eterna, o continua ad essere generata da un rancore più o meno velato circa il maschilismo e dintorni?

II PARTE

Veniamo ora all’articolo della Scaraffia: “Le novità di Papa Francesco”.

L’autrice riconosce di non volersi omologare al femminismo occidentale, le parole del Papa infatti non sarebbero pronunciate “in nome dell’improrogabile necessità di adeguare la Chiesa alla parità fra i sessi realizzata nelle società occidentali”, ma arriva a dire che “senza un riconoscimento aperto del ruolo delle donne non si può sperare in quella Chiesa vitale e accogliente che Papa Francesco desidera… E se questo rapporto langue, non è vivo ed è rinnegato, come avviene oggi, la Chiesa non cresce”. Io mi chiedo dove e in che senso languisca questo rapporto. E non trovo risposta nell’esperienza di vent’anni di parrocchia. Certo, il Papa ha aggiunto: “Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa. Soltanto può fare questo, può fare quello, adesso fa la chierichetta, adesso legge la Lettura, è la presidentessa della Caritas … Ma, c’è di più! Bisogna fare una profonda teologia della donna”.

Ma allora dove sta il problema? Se la donna può già fare, come può fare, un po’ di tutto, eccetto diventare prete, dove sta il punto nodale? Il Papa sembra guardare alto, invoca i teologi. La Scaraffia qui mi sembra rimestare la moina della discriminazione, più adatta a certe “zitelle” che a certe “madri” di franceschiana memoria.Ma la storica non è ancor paga. E prosegue: “Il coraggio di dire una verità, come tutte le verità anche ovvia, ma che nessuno prima di lui aveva osato, cioè che ‘Maria è più importante degli apostoli’, non gli impedisce di escludere il sacerdozio femminile, ma al tempo stesso di chiedere un supplemento di studi e riflessioni per capire come realizzare questa parità nella differenza”.

E’ qui che rimpiango Benedetto XVI. La verità cattolica non può essere ridotta a dichiarazioni da tabloid e a presunti scoop editoriali. Anzitutto la verità non è ovvia, ma è frutto di faticose ricerche, altrimenti non ci si scontrerebbe su questioni centrali dell’umanità e della fede. L’ovvietà del primato mariano, nella fattispecie, dipende e risplende in almeno due ordini di manifestazione (entrambi sapientemente coltivati da Benedetto XVI): la liturgia e il dogma. Il fatto che l’eccellenza creaturale mariana sia stata dogmatizzata a più riprese – su aspetti mica tanto ovvi, visto che l’ultimo dogma ha dovuto attendere la metà del secolo scorso, e pare ci siano premesse per pronunciamenti ulteriori –, nonché l’antichissima attenzione liturgica orientale ed occidentale per la Madonna, che non conosce equivalenti nella Chiesa trionfante, mostrano che il cattolicesimo ha conquistato con fatica e coraggio fin dall’antichità una verità sublime e soprannaturale (è ancora lecito per un cattolico usare questo termine?). Con tutto l’amore a Francesco, non avevo bisogno delle sue risposte scherzose ai giornalisti per sapere della supremazia della Madonna in quanto donna rispetto al genere umano.

Ma la Scaraffia ha cultura cattolica o no? Sono certo di sì. E allora com’è che mostra di non riconoscere l’abc del verum cattolico?

Segue la professione rivoluzionaria: “può cambiare tutto senza cambiare le regole di base, quelle su cui si è costruita la tradizione cattolica”. Mi torna in mente Chesterton: “Questo è rivoluzione: andare, andare e girare in tondo, tornando da dove si è partiti!” Ovviamente l’OR non vuole essere rivoluzionario, ma dunque che vuole essere? Anche Benedetto XVI e Francesco usano il termine “rivoluzione”, mi si dirà, però il significato del termine nei due pontefici si chiarisce nel contesto del loro stile e delle loro dichiarazioni complessive, ma che dire del significato di rivoluzione nel contesto del femminilismo OR? Messa in salvo la buona preparazione e intenzione dei redattori, siamo certi che lo comprenderanno bene i loro lettori? Anche qui, a mio franco avviso, troppe ambiguità: l’OR dovrebbe chiarirmi e non confondermi le idee sugli slanci carismatici del Papa. Si vede che chiedo troppo…

A proposito del Papa, delle aperture e della rivoluzione che cambia senza cambiare… “questa è la sua posizione anche sugli omosessuali. La Chiesa non deve essere una rigida dispensatrice di giudizi, ma deve essere sempre pronta ad accogliere i peccatori, cioè tutti noi”. Questa in realtà è la posizione del cattolicesimo. Non del Papa. Comunque – in questo concordo con Lucetta – siamo contenti che Papa Francesco sposi posizioni care alla Chiesa cattolica (ma due righe più sotto lei stessa riconosce una certa precedenza almeno cronologica del Catechismo su Francesco).

E quale sarebbe lo scoop do Francesco in merito? “Anche a questo proposito Papa Francesco non cambia nulla delle regole morali, ma cancella un moralismo rigido e pettegolo, e con poche parole allontana dalla Chiesa cattolica quell’accusa infamante di omofobia che l’ha perseguitata negli ultimi tempi”. E qui annaspa parossisticamente il gusto chiacchierino dell’informazione cattolica contemporanea: secoli di evangelizzazione cristiana non avrebbero potuto scamparci dall’attraversare oggi una stagione di discriminazioni maschiliste, mentre una sola parola del Papa allontanerebbe ogni accusa infamante. Mi pare si esageri, per eccesso o per difetto, in molte espressioni. Gli scritti di Paolo VI sulla donna sono insufficienti, l’approfondimento fenomenologico di Giovanni Paolo II su amore e famiglia attirano infamie, l’umiliazione di Papa Benedetto XVI dinanzi alle vittime degli abusi pedofili non smuovono nessuno, ma se Francesco lancia due sfottò su un aeroplano tutto s’aggiusta. Qui qualcosa non quadra. Forse conviene scendere dal velivolo, piantare i piedi in terra, e ripensare quanto abbiamo da dirci.

La Chiesa è realtà ben più complessa, non è questione di media e di soluzioni subitanee, non è rivoluzionabile in quattro e quattr’otto. Servono pazienti riforme che partano dal cuore: questo è il messaggio su cui Benedetto XVI ha insistito fin nei suoi ultimi discorsi nel Febbraio scorso. Mi stupisce che una storica non veda tutto questo. O forse obbedisce solo a una linea editoriale. E sono contento che Papa Francesco abbia “un bagaglio di esperienze umane che oggi illuminano il suo pontificato, riscaldano ogni suo discorso e gli danno quel tono di verità che fa comprendere e amare le sue parole”, ma ero contento anche del bagaglio di conoscenze teologiche e canoniche di Benedetto XVI, forse non scaldava emotivamente il cuore, ma dipanava problemi di grande mole, e offriva orizzonti chiari. Così chiari che nessun editoriale poteva sviarne il messaggio.

Seguo con amore il Magistero di Papa Francesco, in quanto Papa, uomo di fede, attraversato da un carisma genuino. Però, cortesemente, per quanto lui ci tenga ad essere un comunicatore diretto e popolare, almeno i cosiddetti intellettuali cattolici, che scrivono su testate che tanto il popolino non legge, potrebbero offrirci un’immagine più solida del nostro Pastore e Padre? A me del Papa-Simpa me ne fa un baffo.

Concludo con due frecciate.

La prima: mi diverte tantissimo il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata. Voci pettegole dicono che tra i problemi additati ci sia un eccessiva influenza della Madre generale delle Francescane dell’Immacolata sulle scelte del Padre generale nonché fondatore dell’Ordine. Chissà che non si trovi qui uno spiraglio di comunione tra femministe e movimenti tradizionalisti.

La seconda: una citazione di santa Teresa Benedetta della Croce.

Il profondo principio formale dell’anima della donna, poi, è l’amore, quale sgorga dal Cuore divino; l’anima muliebre può far proprio questo principio profondo, se rimane strettamente unita al Cuore divino mediante una vita eucaristica e liturgica” (“Ethos della professione femminile” in “La donna”, Città Nuova, p. 66).

E purtroppo, duole dirlo, quando la Stein parla di liturgia, ha in mente quella fatta di ginocchia piegate, di silenzio, di contemplazione, di sacrificio. Senza chierichette.

Donne, riflettete sul vostro ruolo nella Chiesa, ma fatelo da donne sante, da donne di Chiesa. Non da frustrate o da intellettualiste.